I francescani nella storia dei popoli balcanici nell'VIII centenario della fondazione dell'Ordine
a cura di Viviana Nosilia e Marco Scarpa

ISBN 978-88-89891-09-4, cm 15x21, pagine 275, euro 22,00

 

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Krassimir Stantchev
I francescani e il cattolicesimo in Bulgaria fino al secolo XIX

È ben noto, almeno agli addetti ai lavori, che di una significativa penetrazione del cattolicesimo nelle terre bulgare si può parlare solo a partire dalla fine del XVI secolo quando la fiorente cittadina di Čiprovci (Chiprovaz nei documenti secenteschi; nei Balcani occidentali, vicino alla Serbia) ospitò una missione francescana guidata da fra Pietro Salinate (bosniaco da Soli, l'odierna Tuzla). È altrettanto noto che il '600 rappresenta una sorte di "secolo d'oro" per il cattolicesimo bulgaro, nel quale il ruolo principale spettò ai Frati minori dell'Osservanza. Nel corso della preparazione della presente relazione, però, mi sono reso conto che prima di parlare della vera storia del francescanesimo in Bulgaria vale la pena soffermarsi, pur brevemente, sulla sua poco documentata, ma non meno interessante pre-istoria[138].

1. I primi contatti. La politica dell'unione (secolo XIII)

A prescindere dai rapporti con la Chiesa Romana antecedenti allo scisma del 1054, il primo contatto documentato della Bulgaria medievale – appena risorta come Stato (1185-87) – con il cattolicesimo avvenne tra dicembre 1199 e gennaio 1200, quando allo zar bulgaro Kalojan (1197-1207) giunse una lettera del papa Innocenzo III (1198-1216): lo stesso che dieci anni più tardi darà al Poverello d'Assisi l'approvazione orale per la fondazione dell'Ordine dei frati minori. Ne seguì un intenso scambio di lettere[139] e di ambasciatori che portò al riconoscimento, da parte della Santa Sede, della dignità reale di Kalojan e alla nomina dell'arci­vescovo di Tărnovo primas in regno Bulgarorum et Blachorum nel febbraio dell'anno 1204[140]. Le rispettive cerimonie, però, si svolsero solo il 7 e l'8 novembre dello stesso anno poiché il legato papale incaricato di celebrarle, il cardinale Leone, venne trattenuto a lungo in Ungheria dal re Emerico (Imre) che aveva alcune pretese territoriali nei confronti del regno bulgaro e non voleva che venisse legittimato il potere di Kalojan[141]. Lo stesso Emerico negli anni precedenti aveva appoggiato le pretese del gran zupano di Zeta (Dioclea) Vukan Nemanjić – cattolico, sposato con una parente di Innocenzo III – per il trono della Serbia. Vukan, da parte sua, aveva accusato il bano Kulin, che tra il 1180 e il 1204 governò la Bosnia, di tollerare gli eretici nel suo paese e aveva pregato il papa di suggerire "al re d'Ungheria di sradicarli dal suo regno, come la zizzania dal grano"[142]. Da una lettera di Innocenzo III del 1202 si apprende che il pontefice aveva colto il suggerimento e aveva diretto contro i presunti eretici "il nostro carissimo figlio in Cristo Enrico, illustre re degli ungheresi" (Dall'Aglio 2003: 50). A questo punto il bano Kulin convocò nel 1203 un consiglio che s'affrettò a dichiarare fedeltà alla Chiesa romana[143]. Così nell'anno in cui i partecipanti alla Quarta Crociata presero Costantinopoli (aprile 1204) che per più di mezzo secolo smise di essere il centro dell'ortodossia orientale, le Chiese della Bulgaria e della Bosnia si trovarono a riconoscere l'autorità suprema della Sede Romana.

Mi soffermo su questi fatti, avvenuti alla vigilia della fondazione dell'ordine dei frati minori, perché solo interpretandoli nella loro interconnessione si riesce a comprendere il successivo sviluppo dei rapporti della Bulgaria con il cattolicesimo e in particolar modo con il francescanesimo: rapporti che passeranno quasi sempre attraverso la Bosnia e l'Ungheria, più tardi attraverso l'Austria e successivamente l'Impero asburgico.

Le mosse di Kalojan e del bano Kulin furono di carattere diplomatico e le rispettive unioni con Roma non durarono a lungo, mentre i rapporti pacifici con l'Impero latino di Costantinopoli e con il Regno ungherese, ai quali queste unioni miravano, s'interruppero quasi subito. Il successore (non del tutto legittimo) di Kalojan, zar Boril (1207-1218), convocò nel 1211 a Tărnovo un concilio contro i bogomili negli atti del quale non vengono nominati né il papa, né il primate della Bulgaria da lui nominato, anzi: per decisione del consiglio fu tradotto il Synodikon dell'ortodossia bizantino, completato con le decisioni del concilio di Tărnovo nelle quali non vi è nessuna traccia di legame con Roma[144]. Nel 1218 sul trono di Tărnovo salì l'erede legittimo, Ivan (Joann) Asen II (1218-1241), che nei primi anni '30 ripristinò ufficialmente la comunione della Chiesa bulgara con le chiese d'Oriente rinunciando definitivamente all'unione con Roma: un atto che la Santa Sede interpretò come deviazione verso l'eresia[145]. D'eresia fu di nuovo accusata anche la Bosnia il cui nuovo bano, Matej Ninoslav (1232-1250), per sottrarre il trono al figlio del bano Kulin, si era appoggiato alle comunità ritenute, a torto o a ragione, dualistiche. A questo punto papa Gregorio IX (1227-1241) non esitò a suggerire una nuova crociata contro gli eretici affidata, naturalmente, al re d'Ungheria. Tra il 1235 e il 1238 le truppe ungheresi attaccarono la Bosnia e nel 1238 si preparavano a invadere la Bulgaria. In quell'occasione il pontefice, che aveva auspicato quest'intervento già nel 1235[146], in una bolla del 9 agosto 1238 elogiò il re Bela IV (1235-1270) per la sua prontezza a guerreggiare  "contra gentem apostatricem, populum blasphemantem, haereticos videlicet et schismaticos terrae Assani, ipsumaue Assanum Dei et Ecclesiae inimicum"[147]. Nella progettata guerra contro la Bulgaria un ruolo di rilievo venne assegnato ai francescani e ai domenicani:

Il papa concepisce la guerra contro Giovanni II Asen come una crociata, e annunzia d'avere ingiunto al priore dell'Ordine dei Predicatori e al ministro dei Frati Minori della Provincia di Gran (Strigonien) di predicare verbum crucis contro quegli "eretici e scismatici", concedendo a coloro che vi parteciperanno la stessa indulgenza largita ai crociati di Terra Santa. Nello stesso tempo il papa concede al Re d'Ungheria di scegliersi alcuni minoriti e domenicani […][148].

La crociata contro la Bulgaria non si svolse[149] e di conseguenza non si realizzò neanche l'ingresso dei missionari francescani nelle terre bulgare, ma l'episodio è molto indicativo sia per gli scopi della penetrazione cattolica in Bulgaria che per i metodi con i quali la s'intendeva condurre. Dopo poco più di un secolo i frati minori entreranno comunque in Bulgaria e sempre a fianco delle truppe ungheresi, ma per il momento i loro contatti con il Secondo impero bulgaro dovettero limitarsi alla partecipazione a qualche ambasciata. Nel 1245, per esempio, il nuovo papa Innocenzo IV (1243-1254) inviò presso l'erede di Ivan Asen II, suo figlio Koloman I Asen (1241-1246), alcuni monaci francescani che avrebbero dovuto convincerlo a ritornare all'unione con la Chiesa cattolica ("ad unitatem ecclesie catholice revertaris"[150]) e di inviare rappresentanti della Chiesa bulgara al Primo concilio di Lione (1245). Nello stesso anno il pontefice confermò i privilegi concessi già nel 1239 da Gregorio IX ai missionari francescani "in terras Sarracenorum Paganorum, et Graecorum, Bulgarorum" (Dujčev 1965: 399); nel 1258 il suo successore, Alessandro IV (1254-1261), ribadirà e allargherà tali privilegi con una bolla indirizzata "dilectis filiis fratribus de Ordine Minorum in terris Saracenorum, Paganorum, Graecorum, Bulgarorum, Cumanorum …, aliarumque infidelium nationum Orientis" (Dujčev 1965: 399). Non disponiamo, però, di nessuna documentazione che possa confermare l'eventuale effettiva presenza di francescani nei territori bulgari in quel periodo. Fa impressione, tuttavia, che nei documenti pontifici praticamente non si faccia più differenza tra eterodossi, eretici, rappresentanti di altre religioni e pagani: tutti sono infedeli, quindi oggetto di conversione al cattolicesimo.

Una bolla di contenuto simile a quello delle sopraccitate fu firmata il 13 agosto del 1291 dal papa Niccolò IV (1288-1292) (Dujčev 1965: 399-400): il primo papa francescano, ex Ministro provinciale della Sclavonia e poi Ministro generale dell'ordine (1274-1279), cardinale (dal 1278, con il titolo di Patriarca latino di Costantinopoli) e vescovo di Palestrina (1281-1288). Nel 1272 il futuro papa condusse la missione (composta da quattro francescani) presso l'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo che ebbe come risultato finale l'unione di Lione del 1274. La Bulgaria, com'è noto, non aderì a quest'unione perciò nel 1291 Niccolò IV inviò "Magnifico Principi Georgio Imperatori Bulgarorum illustri" (lo zar Giorgio I Terter, 1280-1292) e all'arcivescovo di Tărnovo (il patriarca Gioacchino III) lettere con le quali li esortava ad entrare in comunione con la "sacrosanta Romana Ecclesia" che "sola super omnes ecclesias summum et precipuum obtinet principatum"[151]. Alla lettera indirizzata allo zar era allegato anche un formulario contenente l'esposizione della fede cattolica sul modello di quello accettato nel 1274 dall'imperatore bizantino. Ma le mosse diplomatiche di Niccolò IV non diedero i risultati sperati, il sovrano bulgaro e il patriarca non accettarono la proposta del pontefice la quale, stando ai documenti pervenutici, rappresenta l'ultimo tentativo di legare la Bulgaria alla Chiesa Romana per mezzo di una unione che non imponesse il rifiuto dei riti e delle tradizioni del cristianesimo orientale. Nel secolo successivo, che per il papato è quello della Cattività avignonese (1309-1377), prenderà il sopravento l'altra linea nella politica verso la Bulgaria (e non solo), che si era già profilata nei tempi di Gregorio IX: imporre il cattolicesimo a questa gente "apostata, blasfema, eretica e scismatica" con forza, (ri)battezzandola perché ritenuta infedele, non cristiana. E a servire questa politica saranno richiamati di nuovo i frati minori che nel frattempo si affacciarono sui territori bulgari dalle periferie.

2. I francescani e la politica ad conversionem scismaticorum et hereticorum ac infidelium (secolo XIV)

Il già menzionato anno 1291 segna l'inizio della presenza permanente dei francescani in Bosnia[152]. Non è del tutto chiaro se proprio allo stesso anno, oppure al 1339, risale anche la fondazione della Vicaria francescana in Bosnia che, secondo un elenco steso non più tardi del 1343, abbracciava otto custodie e la sesta tra loro era la Custodia Bulgariae così descritta:

Custodia Bulgariae habet locum de Severino, locum Orsciavae circa portam ferream, locum Sebes, locum Srim, locum Chevesdi[153].

Le prime tre città elencate sono le odierne rumene Turnu Severin (dal 1972 Drobeta-Turnu Severin, in ungherese Szörényvár) nell'Oltenia, Orşova (in ungherese Orsova) e Caransebeş (in ungherese Karánsebes) nel Banato, mentre le altre due sono da cercare sulla riva destra del Danubio, non lontano da Belgrado e Novi Sad[154]. Tutte, comunque, si trovano a nord-ovest dalla città bulgara di Bdin, l'odierna Vidin (sul Danubio, all'estremo nord-ovest della Bulgaria odierna), in un territorio che storicamente faceva parte del Primo impero bulgaro e già agli inizi del X sec. fu conteso tra bulgari e magiari[155]. In quella regione, allargata anche a sud-est, tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo esisteva il feudo del despota bulgaro (di origini cumano-bulgare) Šišman, vassallo dell'Orda d'Oro. Proprio al suo despotato si riferiva l'autore di un'anonima Descriptio Europae Orientalis del 1308 (Gorca 1916; Praga 1940; Gjuzelev 2009: 213-216)[156], stesa per Carlo di Valois[157], quando spiegava che la Bulgaria aveva la sua capitale presso Bdin ("apud Budinum civitatem magnam") e che il Danubio passava in mezzo al paese governato da "Cysmani" (Šišman)[158]. La denominazione della Custodia Bulgariae[159] francescana connessa al sopraindicato territorio non era, dunque, un errore: semplicemente si collegava ad una delle diverse formazioni statali che si erano formate nel XIV secolo sul territorio dell'Impero bulgaro e che spesso non avevano nessun effettivo vincolo d'obbedienza con il po­tere centrale, cioè con lo zar di Tărnovo. Nel 1323 il figlio di Šišman, Michail III Šišman, salì al trono di Tărnovo (1323-1330) e si può supporre che il legame tra il suo feudo ereditario e il regno centrale si rafforzasse. Non abbiamo nessun indizio che ciò possa aver portato anche all'estensione dell'attività della Custodia Bulgariae sull'intero territorio bulgaro. Abbiamo, però, qualche ragione di credere che la formula 'Regno di Bdin = Bulgaria' funzionasse anche per gli uffici della Santa Sede con le rispettive conseguenze amministrative.

Nel 1331 al trono di Tărnovo salì Ivan Aleksandăr (dal 1331 al 1371), nipote di Michail Šišman (figlio della sorella Keraca). Nel 1356 Ivan Sracimir, figlio di primo letto di Ivan Aleksandăr, privato dell'eredità al trono di Tărnovo a favore del fratellastro Ivan Šišman, ruppe con il padre e si proclamò sovrano a Bdin (1356-1396). Nel maggio del 1365 il suo regno fu invaso dalle truppe del re d'Ungheria (dal 1370 anche della Polonia) Lodovico I d'Angiò che rinchiuse Ivan Sracimir in Croazia (nella fortezza Humnik) e cercò di imporgli il cattolicesimo (sua moglie Anna, figlia del voevoda di Valacchia, era già cattolica prima del matrimonio). Nei territori occupati gli ungheresi intrapresero una massiccia conversione della popolazione al cattolicesimo, condotta non proprio con il metodo della convinzione[160]. Nel corso della conversione forzata, in base alla convinzione che chi non era cattolico non fosse cristiano (v. sopra), non si faceva differenza tra eretici e ortodossi, venivano (ri)battezzati tutti. Sembra, comunque, che bogomili e patareni che non mancavano in questi territori, abbiano accettato la conversione senza troppi scrupoli[161]: cosa che faranno i loro eredi nei territori bulgari 250 anni più tardi.

L'opera della conversione fu affidata ai frati minori della Vicaria di Bosnia e in una lettera al papa Urbano V (1362-1370) scritta nel 1366 il Ministro generale dell'ordine, Marco da Viterbo (dallo stesso anno cardinale), affermava che, stando alle informazioni ricevute dal re d'Ungheria e dal vicario francescano di Bosnia, nei territori bulgari in soli 50 giorni otto (!) frati avessero convertito al cattolicesimo più di 200.000 persone pari a un terzo della popolazione del regno di Bdin; per continuare e consolidare quest'opera il re Lodovico chiedeva che gli fossero inviati altri mille monaci (s'intenda frati minori). Il papa rispose con una lettera del 1368 nella quale si rallegrava del fatto che tanti scismatici ed eretici di quelle parti fossero stati riportati "ad lumen vere fidei ac unitatem et obedientiam sacrosancte Romane ecclesie" e raccomandava ai vescovi di Caloccia (Kalocsa) e del Csanad di inviare in quei paesi sacerdoti e monaci che possano continuare la conversione "aliorum scismaticorum et hereticorum ac infedelium" (v. Gjuzelev 2009: 232-233).

Non sapremo mai quanti frati minori complessivamente furono impegnati in questa conversione; si sa soltanto che quando tra la seconda metà del 1369 e l'inizio del 1370 gli occupanti ungheresi furono cacciati via da Bdin, nella città si trovavano dieci francescani, cinque dei quali riuscirono a sfuggire alla vendetta della popolazione ortodossa (o ritornata all'ortodossia orientale), mentre gli altri cinque furono presi e martirizzati sulla riva del Danubio il 12 febbraio 1370 (Dujčev 1965: 420-422). Come osserva I. Dujčev, non c'è unanimità né sul numero, né sui nomi dei francescani martiri di Bdin/Vidin, ma di solito vengono indicati i seguenti: Antonio di Sassonia, Gregorio (in alcune fonti Giorgio) di Trogir, Nicolao e Ladislao d'Ungheria e Tomaso di Foligno[162]. L'elenco è interessante anche dal punto di vista della provenienza geografica dei frati che avevano partecipato a questa missione: nessuno di loro, come si può vedere, proveniva dalle terre propriamente balcaniche (se non vogliamo considerare balcanica la città dalmata di Trogir).

Si è accennato prima alla formula 'Regno di Bdin = Bulgaria' (o viceversa). Una certa conferma che essa fosse valida anche per la cancelleria della Santa Sede (in quel periodo trasferiti ad Avignone) può essere trovata nel fatto seguente. Subito dopo la conquista del Regno di Bdin furono istituite due diocesi cattoliche nei territori bulgari: l'una, come prevedibile, con sede a Bdin, l'altra, però, era (o avrebbe dovuto essere) situata nella antica capitale del Primo impero bulgaro Veliki Preslav che non aveva niente a che fare con Bdin: Preslav era la metropolia prototrona del Patriarcato di Tărnovo. L'episcopato cattolico di Bdin fu attivo durante l'occupazione e aveva a capo il vescovo Giovanni che, come sembra, era francescano. Un tale Elia, invece, portava il titolo di Arcivescovo di Preslav ma de facto si trattava solo di un titolo nominale. Inoltre, il vescovo Giovanni, per delega dell'arcivescovo Elia, aveva nominato e ordinato vescovo della diocesi di Sycadien (d'incerta identificazione) un francescano, fra Pietro Nicolai: nomina che il papa non approvò (Nikolova 1999; cf. anche Gjuzelev 2009: 233). Tutto ciò, a mio parere, viene ad indicare che né il papa, né il Ministro generale dell'ordine dei frati minori avevano l'intenzione di limitarsi nella propagazione del cattolicesimo al Regno di Bdin, occupato dagli ungheresi: nel mirino c'era tutta la Bulgaria, come confermato da altri fatti.

Già nel secondo decennio del XIV secolo il papa Giovanni XXII (1316-1334), istituendo l'episcopato di Caffa in Crimea (Ecclesia Caphensis), fece estendere la sua giurisdizione sino alla città di Varna sulla costa bulgara del Mar Nero (Dujčev 1965: 404-405)[163]. Il primo vescovo cattolico di Caffa fu un francescano, fra Girolamo, ma non abbiamo nessun dato che possa permetterci di capire se la sua attività in qualche modo abbia effettivamente raggiunto le terre bulgare.

Nel 1366-1367, invece, parallelamente alla conquista ungherese del Regno di Bdin, anche il Regno di Tărnovo divenne oggetto di un'invasione occidentale, questa volta via mare, per opera di Amedeo VI di Savoia (1334-1383, Signore della Savoia e conte d'Aosta dal 1343), noto come il Conte Verde. La sua impresa, ideata come una crociata contro i turchi, in un primo momento portò alla riconquista di Gallipoli (restituita a Bisanzio) e alla liberazione dei Dardanelli, ma poi si mutò in una spedizione punitiva contro la Bulgaria con lo scopo principale (raggiunto) di assicurare all'imperatore bizantino Giovanni V Paleologo (1341-1376 e 1379-1391), cugino di Amedeo[164], via libera per il suo ritorno dall'Un­gheria a Costantinopoli[165]. Sollecitata da papa Urbano V, questa campagna doveva dare un forte impulso alle ennesime trattative per l'unione tra le chiese orientali e Roma. Con il Conte Verde viaggiava, infatti, anche il (nominale) Patriarca latino di Costantinopoli, Paolo, che ebbe colloqui sull'argomento sia con l'imperatore bizantino che con lo zar di Tărnovo. L'assistenza spirituale dei crociati, invece, era stata affidata ad un gruppo di religiosi capeggiati dai frati Bertrando da Milano e Gregorio da Brescia, molto probabilmente francescani. Non sappiamo se essi avessero svolto qualche attività di proselitismo nelle città sul Mar Nero conquistate da Amedeo e poi consegnate al cugino Giovanni V Paleologo (Sozopol, Anchialo, Mesembria e la fortezza Emona), ma l'esempio delle conversioni degli ortodossi nel Regno di Bdin ci permette di non escluderlo.

Comunque sia andata, rimane il fatto che negli anni '60 del XIV secolo le terre bulgare furono oggetto di una doppia invasione militare, sia da nord-ovest che da sud-est, da parte di forze occidentali sollecitate per le loro imprese dal papato e affiancate dai francescani. E questo in un periodo in cui la minaccia della conquista ottomana dei Balcani si faceva sempre più reale[166]. Nel 1371, mentre Giovanni V Paleologo tornava dall'Italia avendo abbracciato la fede cattolica e avendo ottenuto dai veneziani 30.000 ducati di prestito e promesse poco concrete d'aiuto contro i turchi, questi ultimi il 26 settembre vinsero a sorpresa la (seconda) battaglia della Marizza, presso Černomen (attualmente Ormenio in Grecia), contro le molto più numerose forze serbe e nel successivo quarto di secolo conquistarono la metà dei Balcani, comprese le capitali bulgare Tărnovo (1393) e Bdin (1396). Per la Bulgaria iniziò l'epoca del dominio ottomano che sarebbe durato cinque secoli (fino al 1877/78) durante i quali nell'Europa occidentale si formarono l'ideologia geopolitica e l'autocoscienza culturale che in linee generali la caratterizzano fino ad oggi. E per lungo tempo l'unico finestrino, dal quale i bulgari ogni tanto si affacciavano su questo processo e cercavano d'entrare a farne parte, è stata la comunità cattolica di Čiprovci.

3. La comunità cattolica di Čiprovci dalle origini alla fine del secolo XVI

Com'è stato già detto, la conversione forzata della popolazione del Regno di Bdin negli anni '60 del XIV secolo ebbe vita breve e finì con il ritiro delle truppe ungheresi e il martirio dei cinque frati minori il 12 febbraio 1370. La massa dei bulgari tornò all'ortodossia orientale e dei due episcopati cattolici i documenti non riportano ulteriori notizie. Tuttavia non è da escludere che alcuni dei convertiti, specialmente tra gli ex eretici, bogomili e patareni, abbiano mantenuto la fedeltà alla Chiesa di Roma. Però la spiegazione del fatto che proprio nella seconda metà del XIV secolo nella zona dell'odierna Čiprovci, zona che apparteneva al Regno di Bdin, si sia affermata una comunità cattolica che, tra alti e bassi, sopravvisse nei secoli e rifiorì tra la fine del '500 e il '600, è da cercare altrove.

A partire dal XIII secolo nei territori della Bosnia, della Bulgaria e della Serbia iniziarono a stabilirsi dei minatori di lingua tedesca e di fede cattolica, venuti dall'odierna Slovacchia e dalla Transilvania (Sibiu) e noti tra le popolazioni balcaniche come 'sassoni' ('saxones') o 'sassi': termine che con il tempo perse il suo carattere etnico e divenne la denominazione di una categoria professionale (minatori appunto) che aveva alcuni privilegi sociali, tra i quali il mantenimento della propria fede. C'è poco da dubitare che i 'sassi' fossero giunti anche nei territori della futura città di Čiprovci, dove le miniere d'argento erano conosciute fin dall'an­tichità. Abbiamo delle testimonianze che nel XVII secolo a Čiprovci ancora esisteva un quartiere detto 'Dei sassoni'[167]. Durante l'occupazione ungherese del Regno di Bdin questi territori logicamente diventarono una delle basi solide dei francescani inviati a convertire i bulgari, come si evince dalle cronache. Il francescano Blasius Kleiner (†1785), per esempio, nella prima parte del suo Archivium Tripartitum Jnclyta Provinciae Bulgariae[168], sotto l'anno 1371, racconta:

tempore Gregorii papae XI [1370-1378], icona thaumaturga Beatae Mariae Virginis solemni apparatu ad sacras aedes in monte penes Chyprovacium sumptibus non parvis extructas delata fuit[169].

Nella terza parte dello stesso Archivium Kleiner ripete questa informazione in modo un po' diverso, aggiungendo che la desume da un "manuscriptum archivium Provinciae nostrae" e che l'icona è stata portata dal convento francescano di Olovo in Bosnia (anch'essa una città di minatori!) "per dictos 8. Frates Vicariae Bosnae", gli stessi che furono inviati a convertire i bulgari (del Regno di Bdin) sotto Lodovico I. Kleiner ritiene che questi otto frati siano stati anche i fondatori "Custodiae, nunc vero Provin[ci]ae Bulgariae"[170], ma questo non è esatto: come abbiano già visto, l'esistenza di una Custodia Bulgariae presso la Vicaria francescana di Bosnia è testimoniata in un elenco redatto non oltre l'anno 1343; negli anni '60-'70 i suddetti frati avrebbero, casomai, esteso le sue competenze anche nella zona in questione. Non possiamo essere del tutto certi nemmeno dell'esattezza delle indicazioni cronologiche di Kleiner[171]. Tutto sommato, però, molteplici indizi permettono di pensare che Čiprovci abbia avuto la sua definitiva affermazione come città e la consacrazione della chiesa cattolica dedicata a Santa Maria Madre di Dio (ora in rovine) tra gli anni 1367 e 1371.

Nel 1370, d'altro canto, in Bosnia si concludeva – con la definitiva affer­mazione al trono del bano e poi re Stefan Tvrtko I (1353-1391) – la guerra civile durata 17 anni. Tra gli oppositori di Tvrtko, stando al racconto di Mauro Orbini, erano "oltra modo impatienti Vladislav, Purchia [Parčia?] & Vuk figliuoli di Dabiscia [Dabiša], i quali tenevano gran paese al fiume Drina, & in Bosna, & in Vsora[172] […]" (Orbini 1601: 357). Con loro Tvrtko non fu molto clemente:

Et da lì a poco [bano Tvartko] prese il sudetto Vladislav Dabiscich, & suo fratello Vuk: a Vladislav fece trar fuora gli occhi, & Vuk incarcerò, con molti suoi seguaci. Purchia fuggì in Ungaria. Poi fatto l'essercito, ando contra Dabiscia figliuolo naturale, com'è detto, di Ninoslav suo zio; […] (Orbini 1601: 357).

Una lettura attenta dell'intero brano permette di capire, a parer mio, che Dabiša, citato come padre dei tre fratelli, non è da identificare con quel Dabiša, il cugino di Tvrtko, indicato come "figliuolo naturale, di Ninoslav suo zio" e, poco prima, come "Dabiscia figliuolo bastardo di Ninoslav fratello del Bano Stefano, ch'era Signore di Narente" (Orbini 1601: 357)[173], il quale nel 1391 succedette a Tvrtko e regnò con il nome di Stefan Dabiša († 8. IX. 1395). Tutte le fonti esistenti, compreso lo stemma genealogico che Orbini ha anteposto al capitolo dedicato alla Bosnia, concordano sul fatto che Stefan Dabiša non avesse figli maschi, perciò sua erede fu la moglie Jelena Gruba (1395-1398).

Questa spiegazione si è resa necessaria perché nelle cronache delle famiglie imparentate Pejačevič, Parčevič, Kneževič e Toma-Gionovič (che, assieme ai Soimirovič, appartenevano alla nobiltà ciprovacenese) e negli studi basati su queste cronache[174] si sostiene che tutti i loro capostipiti discendano dal re bosniaco Stefan Dabiša Kneževič[175] tramite suo figlio Parčia, detto anche lui Kneževič[176]. Secondo Orbini, come si è visto, Parčia ("Purchia Dabiscich", figlio di un nobile di nome Dabiša, ma non del futuro re della Bosnia) sarebbe fuggito nei tardi anni '60 in Ungheria, mentre secondo le cronache appena menzionate sarebbe giunto in Bulgaria e avrebbe avuto dallo zar Ivan Aleksandăr il permesso di costruirsi in vicinanza del Regno di Bdin un castello che sarebbe alle origini dell'o­dierna città bulgara di Kneža[177] (Cnese in una mappa del 1737; Dermendžiev 1989: 101-102) e lì avrebbe cresciuto i suoi due figli Nikola e Andrea. Dopo la battaglia di Kosovo pole (Campo dei merli, 15. VI. 1389) i Parčevič avrebbero perso il loro feudo a Kneža e Nikola I Parčevič si sarebbe trasferito a Chiprovaz/Čiprovci (Dermendžiev 1989: 102), unendosi alla locale comunità cattolica, che si trovava all'interno o ai confini dei possedimenti dei boiari Soimiroviči (un'altra famiglia cattolica la cui genealogia non è abbastanza chiara ma della quale sono state ugualmente ipotizzate origini bosniache). È fuor di dubbio solo una cosa: che molti dei protagonisti dell'attività cattolica in Bulgaria nel '600 furono originari di Čiprovci e appartenevano o alle famiglie il cui capostipite fu Nikola Parčevič, o a quella dei Soimirovič (si pensi all'arcivescovo Francesco Soimirovič). Con una celebre eccezione: fra Petar Bogdan Bakšič, il pri­mo arcivescovo di Serdica-Sofia, le cui origini forse affondano in un'al­tra ondata migratoria proveniente dall'Albania.

Dopo la caduta di Tărnovo (1393) e di Bdin (1396) nelle mani dei turchi, il figlio di Nikola I Parčevič, Petăr († 1423), avrebbe aiutato Costantino, il figlio di Ivan Sracimir, nel suo tentativo di riconquistare il regno del padre e poi sarebbe fuggito assieme a lui in Serbia, a Prisren. Il figlio di Petar, Nikola II Parčevič, avrebbe preso parte alle campagne del re d'Ungheria Sigismondo I (1387-1437, dal 1433 imperatore del Sacro Romano Impero) contro i turchi e dopo il loro fallimento si sarebbe rifugiato tra il Montenegro e l'Albania dove verso la metà del XV secolo sarebbe nato suo figlio Joan (Gioni) Parčevič[178]. Nel frattempo gli eredi dei Soimirovič si erano rifugiati a Dubrovnik (Ragusa).

Sulla sorte di Čiprovci tra la fine del XIV e la fine del XVI secolo le informazioni sono scarsissime. Si sa di certo che la città dipendeva direttamente dal sultano ovvero da sua moglie, sempre a causa delle miniere d'argento, e che grazie a questo ebbe un'autonomia amministrativa piuttosto insolita per i territori bulgari conquistati dai turchi. Verso la fine del XV secolo, dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e la conquista definitiva di Serbia, Bosnia e Albania, la situazione nei Balcani, ormai completamente in mano turca, venne a stabilizzarsi e questo permise ai discendenti delle vecchie famiglie čiprovacensi di tornare nei loro possedimenti, di rinnovare la città e di estendere la comunità cattolica anche nelle cittadine circostanti: Kopilovci (Copilovaz), Železna (Xelesna) e Klisura. A questo processo parteciparono di nuovo i frati minori. Da due relazioni dell'arcivescovo Petăr Bogdan (del 1663 e del 1670) sappiamo, per esempio, che tra gli anni 1493 e 1497 furono dipinte le icone della chiesa di S. Maria a Čiprovci e di S. Antonio Abate a Železna e che "pictor fuit quidam fr. Mattheus Ordinis minorum de Observantia Provintiae Ragusinae" (Dokumenti: 170).

Nel corso del XVI secolo il reddito delle miniere iniziava a scarseggiare e la nascente borghesia čiprovacense si orientò al commercio e alla manifattura (fino ad oggi sono celebri i tappeti di Čiprovci), assicurando alla città una relativa prosperità. Accanto alle tradizionali famiglie nobili dei Parčeviči, Pejačeviči, Kneževiči, Gioni e Soimiroviči, diventano sempre più importanti per le sorti della città le nuove famiglie borghesi degli Jugoviči, Markaniči, Marinovi ed altre. Tutti costoro erano di fede cattolica, mantenuta pur nella convivenza con gli ortodossi, alcune abitudini dei quali si erano diffuse anche tra i cattolici. Quando, per esempio, l'arcivescovo di Antivari, Ambrogio, dopo il Concilio di Trento, durante una visita della Bulgaria e della Serbia si fermò a Čiprovci (nel 1565), trovò il parroco locale Joan Jugović sposato (Fermendžin 1887: 1, n. I).

Comunque sia, la comunità cattolica čiprovacense esisteva e, com'è stato già detto, si era estesa nei territori circostanti. Nei secoli XV-XVI appunto a Kopilovci e a Klisura sarebbero giunti alcuni cattolici albanesi (in alcune fonti definiti come 'epirioti') che verso la metà del XVII secolo contavano circa duemila persone ed erano ormai slavizzati. E sempre nel XVI secolo s'iniziò a studiare la possibilità di allargare la base del cattolicesimo nei territori bulgari tramite la conversione dei cosiddetti pauliciani, eredi di antiche tradizioni dualistiche. Di una prima ricognizione in tal senso fu incaricato nel 1581 il francescano Girolamo Arsengo, il quale doveva approfondire le notizie, giunte a Roma, che lungo il Danubio, tra Nikopol e Russe, vi fossero dodici paesi di lingua bulgara la cui popolazione, pur mantenendo usanze eretiche, si riteneva appartenente alla Chiesa romana[179]. Nella sua relazione fra Girolamo, bollando i pauliciani come 'manichei', è categorico nell'affermare che non c'è alcuna speranza di una loro conversione al cattolicesimo. La sua conclusione sarà presto smentita da altri francescani venuti dalla Bosnia e ricchi dell'espe­rienza di conversione dei patareni che, per dirla con padre Girolamo, sempre 'manichei' erano. La conversione di non pochi dei pauliciani bulgari, però, inizierà poco più tardi, quando a Čiprovci si stabilirà la prima missione francescana permanente.

4. I francescani e il 'secolo d'oro' del cattolicesimo in Bulgaria: 1595-1688

Fin qui si è parlato della pre-istoria del cattolicesimo in Bulgaria che abbraccia il periodo fino alla fine del XVI secolo ed è piena di punti interrogativi e di ipotesi. La vera storia, invece, inizia nel 1595, quando a Čiprovci s'insedia una missione di frati minori osservanti guidata dal bosniaco fra Pietro Salinate, inviato come visitatore apostolico in Bulgaria e nel 1601 ordinato primo vescovo cattolico di Sofia, ma con sede effettiva sempre a Čiprovci.

Questa storia, che in gran parte è anche la storia della presenza francescana nei territori bulgari, è ampiamente documentata, è stata trattata in studi importanti[180] e difficilmente può essere riassunta in poche righe, perciò mi limiterò ad una panoramica, cercando di evidenziare solo i punti più forti e i personaggi di maggior rilievo nella forma di una cronaca.

Cronaca dell'attività francescana nei territori bulgari dal 1595 al 1688

1595.  I cattolici di Čiprovci chiedono e ottengono dalla provincia francescana dell'Osservanza Bosna Argentina una missione cattolica che si stabilisce nella città. La missione è guidata da fra Pietro Salinate (Soli, 1565 – Gradovrh presso Soli, 4.IV.1623)[181].

1601. Con un breve di papa Clemente VIII (1592-1605) del 10. IX. 1601 Pietro Salinate viene nominato Vescovo di Sofia. Dalla sua relazione quinquennale presentata a Roma il 10 maggio 1612 apprendiamo che egli risiedeva a Čiprovci, nel convento francescano "da esso, e da queli populi […] fondato e fabricato", dove aveva la cura "ad instruire nella Santa fede, e nelle lettere, e la Dottrina Christiana la gioventù di queli vecchi, et nuovi christiani […] et della detta gioventù ha vestito i Frati, havendo l'autorità dai provinciali di Bosna; et altri ha ordinato Preti e Chierici" (Dokumenti: 13). Come si vede, P. Salinate distingue tra 'vecchi cristiani', ossia quelli che all'arrivo della missione francescana già erano di fede cattolica (i cattolici della zona di Čiprovci), e quelli 'nuovi', da lui stesso convertiti tra i pauliciani bulgari.

1601-1612. Il vescovo P. Salinate "cominciò con altri religiosi convertir i Paulianisti eretici, o per dir meglio gentili, alla fede Cattolica; ha celebrato prima messa fra quella gente barbara, et à lor chiesa di Peticladenci, battezzando, et confirmandoli più di cento persone; questo fu del 1604"[182]. Inoltre, P. Salinate "ha consacrato la Chiesa da lui e da queli populi fondata, et fabricata nel luogo chiamato Copilovaz", ossia a Kopilovci, nei pressi di Čiprovci, e "ha convertito et battezzato buon numero dei detti Paulini [= pauliciani], mandando i suoi sacerdoti dove esso non potendo in persona aiutare, hanno convertito, e buon numero battezzato di doi Casali presso Filippopoli della medesima natione Paulina alla Santa Fede Cattolica Romana"[183].

1617. Con lettera del 15.VI, firmata da Petar Jugović, "knez di Ćiprovci, Železna, Kopilovci, Klisura e dintorni" (Giannelli 1937: 181-184)[184], si supplica il papa di promuovere la sede vescovile di P. Salinate in arcivescovato.

1622. Nella sua ultima relazione, presentata a Roma il 1.IV.1622, P. Salinate informa che con i soldi, concessigli da papa Paolo V (1605-1621), ha costruito una chiesa e un convento a Železna e ha istituito una casa per i frati e una cappella a Klisura, sempre nei pressi di Čiprovci (Dokumenti: 19); riporta anche dati molto interessanti sui pauliciani bulgari e sulle 'cattive abitudini', cioè le tradizioni popolari, dei bulgari cattolici prima dell'arrivo della missione francescana nelle loro terre.

1623. Al ritorno da Roma fra Pietro si ferma nel convento di Gradovrh presso la sua città natale Soli, l'odierna Tuzla in Bosnia, e lì passa a miglior vita il 4 aprile. I čiprovacensi inviano a Roma l'allievo di P. Salinate, fra Ilia Marinov (v. più avanti), per trattare della nomina del nuovo vescovo e per portare all'attenzione dei superiori la richiesta di creare una provincia francescana autonoma per la Bulgaria e la Valacchia (Fermendžin 1892: 369, n. MCCXXXIX). La provincia non viene istituita, ma con decreto di papa Urbano VIII (1623-1644) del 2.VI.1623 viene creata la Custodia Bulgariae et Valachiae, il cui primo custode nel periodo 1624-1630 diventa il čiprovacense fra Paolo Nikpetrič.

1624. Il 29 luglio viene nominato Vescovo di Sofia fra Ilia Marinov (Elias Marinius, Elia Marini o Marinić, 1577/78 – 1641)[185], čiprovacense, francescano dell'Osservanza e allievo di P. Salinate, sacerdote dal 1614. Tra gli anni 1604/5 e 1612/13 egli aveva frequentato il Collegio Clementino studiando parallelamente giurisprudenza presso l'università di Roma "La Sapienza". Nell'autunno del 1624 egli istituisce una "scola del borgo" che, a dir suo, veniva frequentata da più di 60 allievi istruiti da 2 insegnanti che avevano studiato (come lui) nel Collegio Clementino.

1625. Nella sua prima Relazione sullo stato della diocesi (Fermendžin 1887: 25-26, n. XXIII) il vescovo Marinov, oltre alle già citate informazioni concernenti la scuola, riferisce che (in sintesi):

– nel Regno di Bulgaria vi sono centinaia di migliaia di turchi e scismatici e tra di loro all'incirca 7.000 eretici detti pauliciani, "dei cattolici poi tra grandi e piccoli faranno di numero di circa 8 milla anime";

– esistono 4 conventi dei frati 'zoccolanti' (ossia i frati minori dell'Os­servanza) a Čiprovci, Železna, Kopilovci e Klisura, 7 chiese parrocchiali a Sofia, Tărnovo, Petokladenci, Oreše, Belene, Trănčovica e Brestovica) e parrocchie senza chiese, con delle cappelle situate in case private (a Ruse, Filippopoli/Plovdiv e Gorno Lăžane); in un altro documento dell'epoca si parla di 9 case parrocchiali;

– delle anime dei cattolici si occupano 25 sacerdoti francescani, sei chierici e tre sacerdoti secolari; uno di questi ultimi, don Ivan Lilov, si sarebbe rifiutato di andare a Železna e avrebbe dichiarato che non avrebbe più obbedito agli ordini dei francescani (va detto, però, che più tardi, nonostante qualche residuo di rammarico, Ivan Lilov diventerà il principale maestro nella scuola di Čiprovci e lo sarà per decenni);

– infine, il vescovo Marinov riferisce che in quei tempi in Valacchia c'è solo un missionario, francescano conventuale, che ha cura dei cattolici locali, 8 case in tutto perché alcuni erano tornati al rito greco.

1628. Il vescovo Marinov invia tre allievi al Collegio Illirico a Loreto, mentre a Roma è destinato il francescano Petăr Bogdan Bakšič ("Pietro Deodato Bacsich")[186] per il quale fra Ilia intercede che sia ammesso nel convento di Aracoeli, sede del generale dell'ordine dei frati minori[187]. Lì P. Bogdan aiuterà il francescano croato, il noto letterato Raffaele Levaković (1590 ca. – 1649) "a scriver et a compore" il Messale slavo glagolitico che verrà pubblicato da Propaganda fide nel 1631 (Dujčev 1937: 48; Dimitrov 1985: 27)[188].

1630. Si tiene il Capitolo della Custodia Bulgariae et Valachiae al quale il vescovo Ilia Marinov invia una lettera di rinuncia alle proprie funzioni di "protettore delli Minori Osservanti in Bulgaria" lasciando che "il vostro Custode ne habbia cura di tutto questo". Dalla stessa lettera si evince che fra Ilia Marinov aveva anche l'incarico di "Inquisitore di S. Offitio instituto per Bulgaria, e Valachia"[189]. Il nuovo custode, eletto dal Capitolo, è Petăr Bogdan Bakšič (Čiprovci, 1600/01 – 1674), appositamente richiamato da Roma. Da questo momento in poi il ruolo di P. Bogdan nella storia del cattolicesimo in Bulgaria diventerà sempre più centrale[190].

1635. Il 23 agosto Petăr Bogdan invia a Roma una lettera (Fermendžin 1887: 36-37, n. XXXV) con la quale chiede che per la scuola di Čiprovci siano inviati manuali di catechismo stampati sia con caratteri latini che con caratteri "serviani", ossia cirillici. Contestualmente egli invia a Propaganda fide la propria traduzione delle Meditationes S. Bonaventurae[191], pregando che il libro venga stampato in due versioni: con caratteri latini e in cirillico; il libro, recensito da R. Levaković[192], verrà stampato tre anni dopo e solo con caratteri latini.

1635-1636: Ritorna da Roma Filip Stanislavov (1608/10 – 8.VIII.1674), pauliciano di Oreše (sul Danubio, vicino a Svištov), "catechizzato e battezzato in Chiprovaz [da P. Bogdan], che già era d'età più di 16 anni"[193] e mandato dal vescovo Marinov di studiare a Loreto e Roma. Sacerdote secolare dal 1634, Stanislavov viene destinato a lavorare presso i suoi 'connazionali', i pauliciani sul Danubio. Con il suo ritorno in Bulgaria le discrepanze tra i frati minori e i pochi sacerdoti secolari, che operavano soprattutto presso i pauliciani, si trasformano in un conflitto aperto che si rifletterà negativamente sull'unità della comunità cattolica bulgara[194]. Nel tentativo di ridurre i motivi delle discordie, viene concordata una distinzione dei compiti: ai sacerdoti secolari viene assegnata l'attività missionaria e pastorale tra i pauliciani settentrionali, mentre i francescani tengono il vescovato di Sofia con sede a Čiprovci, le chiese nella zona čiprovacense e l'attività presso i pauliciani meridionali (nella zona di Filippopoli/Plovdiv).

Diventa sacerdote Francesco Soimirovič (1614?  – 1673)[195], nato a Čiprovci dove studia e prende i voti e successivamente è mandato a Roma per continuare gli studi nell'ambito della teologia morale. Verso la metà degli anni '30 egli, sulle orme di P. Bogdan, vive nel convento francescano di Aracoeli sotto la guida spirituale di fra R. Levaković, assistendo quest'ultimo nel lavoro sulla stesura del Breviario glagolitico che, dopo una travagliata storia redazionale ed editoriale[196], uscirà alle stampe nel 1648.

1637. Il conflitto tra i francescani e i preti secolari comincia a preoccupare la Congregazione che invia come visitatore in Bulgaria l'arcivescovo di Antivari (Bar) Giorgio Bianchi il quale tra il 4 e il 6 febbraio 1637 invia a Roma due lettere[197]. Nella prima lettera Bianchi comunica il significativo fatto che "anco li Scismatici ch'erano confinanti in detto luogo [Čiprovci] prendevano buon animo et affettione verso la Santa Chiesa Romana"[198], mentre nella seconda scrive così:

        Et confesso di non haver trovato, in partibus infidelium, meglior Xpianità [Cristianità] […] Particolarmente trovai tra li altri il Reverendo Padre fr. Pietro Diodati da Chiprovaz, alora Custode di Bulgaria, Persona intelligente et di buona et esemplare vita, benigno, amato da tutto quel paese, degno et meritevole di qualsivoglia prelatura della S. Chiesa: […] et testifico che non si troverà in molti luoghi simil Persona inter infideles.

        Nell'estate P. Bogdan è a Roma dove, ottenuto l'imprimatur per la sua traduzione delle Meditationes S. Bonaventurae, apporta alcune correzioni nel manoscritto, già copiato per la stampa (molto probabilmente da F. Soimirovič), e vi aggiunge una propria poesia, Od dvostruke smarti ciovieka [Sulla doppia morte dell'uomo][199], dedicata al sua cugina, la vedova Maria Katičina di Čiprovci[200]. Il 14 luglio, "to yest na isti dan S. Bonaventurae" ("nel giorno stesso di S. Bonaventura"), P. Bogdan scrive una premessa al volume con la quale lo dedica al nobile čiprovacense "Francesco Markanič". Poco più tardi, però, egli rifà la premessa (e nell'edizione si legge il testo rifatto) ampliando i riconoscimenti nei confronti di F. Markanić ed estendendoli anche al suo defunto padre per i suoi meriti riguardo la costruzione del convento francescano a Čiprovci. Sempre lì P. Bogdan spiega che per varie ragioni deve tornare a casa prima che il volume sia stampato e lascia la cura di esso al suo "maestro di una volta, ma sempre amato e stimato" fra Raffaele Levaković e al compagno e concittadino Francesco Soimirovič.

Nell'autunno a Roma giungono lettere da Čiprovci nelle quali si raccomanda che il custode P. Bogdan venga nominato vescovo[201]. La nomina evidentemente era nell'aria, il processo informativo si svolge il 16 dicembre (testimoni sono Raffaele Levaković e Francesco Soimirovič!) e due mesi dopo Petăr Bogdan viene nominato vescovo (v. qui sotto).

Sempre nell'autunno a Roma giunge una lettera del sopraccitato Francesco Markanič che trasmette una lettera del voevoda di Valacchia Matteo Besarab e propone che R. Levaković sia incaricato di redigere i libri liturgici in lingua slava (però ortodossi! – K.S.) che il voevoda intende stampare. Sembra che l'ispiratore della lettera e forse di tutta l'iniziativa sia stato P. Bogdan, da poco tornato da Roma[202].

1638. Il 13 febbraio papa Urbano VIII (1623-1644) firma il breve con il quale Petăr Bogdan viene elevato vescovo (titolare) di Gallipoli e coadiutor del vescovo di Sofia Ilia Marinov "in regimine et administratione ecclesie Sophiensis et futurus illius episcopus" (Dujčev 1939: 123-126, cit. p. 125)[203].

Esce il libro di P. Bogdan "Meditationes S. Bonaventurae. To yest BOGOGLUBNA RAZMISCGLIANYA Od Otaystva Odkupglienya Covi­çanskoga. S. BONAVENTURAE CARDINALA Prenesena. V yezik Slovinski, Trudom P.O.F. Petra Bogdana Baksichia Custoda Bulgariae Reda Male Bratye S. O. Francesca obsuxevayuchijh. ROMAE MDCXXXVIII / Typis Sacrae Congreg. de Propag. Fide" con il poema aggiunto. P. Bogdan, come si vede, è ancora chiamato custode, ma in realtà è già vescovo e si pone il problema della sua sostituzione come custode dei francescasni in Bulgaria e Valacchia.

        Nel mese di luglio R. Levaković, accompagnato da F. Soimirovič, arriva a Čiprovci[204] dove, assieme a P. Bogdan, redige lo Statuto della Custodia[205] firmato dal vescovo I. Marinov, dal suo coadutore P. Bogdan Bak­šič, dal 'commissario-visitatore' R. Levaković, dal nuovo custode Petăr Kokič ed altri. In un speciale paragrafo dello Statuto, intitolato Grati ani­mi monumentum, P. Bogdan viene proclanato, per meriti particolari, "in patrem perpetuum eiusdem Custodiae" con il diritto di vivere, con un collaboratore e un servitore, in uno qualsivoglia dei monasteri della custodia, servendosi a sua scelta e quando ne abbia bisogno dei libri ivi conservati.

1640. Con un breve del 28 settembre 1640 papa Urbano VIII nomina Petăr Bogdan "vicarium apostolicum Vallachiae [sic] et Moldaviae provinciis" (Dujčev 1939: 127).

Dai primi di settembre fino all'8 novembre P. Bogdan è impegnato in una lunga visita della Bulgaria e della Valacchia dalla quale nasceranno due lunghe descrizioni[206]; la sua Visita della Bulgaria al 1640 è la più dettagliata descrizione della Bulgaria e della sua popolazione dell'epoca pre-moderna; in molti testi successivi, provenienti dall'ambiente bulgaro-cattolico, verranno ripresi i dati in essa contenuti. Il numero dei cattolici in Bulgaria, secondo questa relazione, ammontava a ca. 9.000 persone tra adulti e bambini: 4.355 nella zona di Čiprovci, ca. 3.500 pauliciani convertiti nella Bulgaria settentrionale e ca. 700 nella zona di Filippopoli/Plovdiv; c'erano, inoltre, 235 commercianti ragusei che risiedevano in alcune grandi città.

1641. Il 15 giugno a Čiprovci passa a miglior vita il vescovo Ilia Marinov, da anni ammalato. Lo sostituisce, come previsto già nel breve per la sua nomina vescovile, Petăr Bogdan Bakšič.

Dal 27 settembre al 27 ottobre P. Bogdan effettua una visita in Moldavia della quale lascia una dettagliata relazione[207] accompagnata dalla proposta che per la Bulgaria nord-orientale e per la Moldavia sia istituito un nuovo episcopato (Vinulescu 1939: 131-133).

1642. 6 dicembre: breve di Urbano VIII per il "restitutio in archiepiscopatum ecclesie S.te Sophie in Regno Bulgarie cum nova provisione" (Dujčev 1939: 127-130). P. Bogdan ("frater Petrus archiepiscopis") diventa il primo arcivescovo cattolico di Sofia (con residenza sempre a Čiprovci).

1643. Il 2 febbraio P. Bogdan scrive la premessa-dedica al suo secondo (ed ultimo) libro stampato che uscirà lo stesso anno: "BLAGOSKROVISCTE NEBESKO MARIE DIIVICZE MAYKE BOXYE. Preneseno po G. F. Petru Bogdanu Baksichiu R. M. B. od Obsluxenya Archibiskupu Sardicskomu ili Soffi[y]skomu. ROMAE. Apud Franciscum Monetam. 1643"[208].

        Il 9 febbraio, "in aula Clementina palatii apostolici Vaticani … fuit consistorium secretum" nel corso del quale P. Bogdan, "moderno archiepiscopo Sardicensi", viene solennemente introdotto nel suo incarico.

        La Santa Sede, accolta la proposta di P. Bogdan di due anni prima, decide di nominare un arcivescovo "ad ecclesiam metropolitanam Martionopolis in Mesia inferiori in partibus infidelium"[209] nella persona del francescano osservante Marko Bandulović (alias Marco Bandini, XVI/'90 – 1650) "de Scopia in Bosnia Argentina"[210].

1644. "Nel monasterio della Madonna assunta in Chiprovatz li 6 di Febraro 1644" viene firmato un accordo tra P. Bogdan e M. Bandulović sui confini delle loro diocesi:

Al arcivescovo di Sardica, Soffia nuncupata, sia concessa la sua chiesa Sardicense con le sue sufraganee, et l'administratione della Tracia, Dacia Ripense e Valachia. Al arcivescovo eletto[211] di Marcianopoli sia concessa la sua chiesa di Marcianopoli con le sue sufraganee e la provincia overo chiesa di Tomi, che confina con la sua, et la provincia di Moldavia, dove potrà far la residenza, essendo Provincia libera e dove potrà haver commodità di vivere (Dokumenti: 31-32).

La copia dell'accordo, conservata nell'archivio di Propaganda fide, è scritta da F. Soimirovič che dal 1641 è custode della Bulgaria, mentre nel 1644 P. Bogdan lo assume come proprio vicario generale. Secondo questa copia, il confine tra le due diocesi, nella Dacia Ripense, è fissato sul "fiume chiamato Iskar, che sbocca nel Danubio sopra Nicopoli", mentre in un'altra copia dello stesso documento, che presenta anche un diverso inizio, nella stessa frase il nome del fiume è "Osam" (cf. Dokumenti: 32) e va detto che proprio Osăm affluisce nel Danubbio sopra Nikopol, mentre la foce del Iskăr si trova a una cinquantina di kilometri più su. In ogni caso, i paesi dei pauliciani rimanevano sotto la giurisdizione dell'arci­vescovo di Marcianopoli.

Il vescovo Bandulović assume come segretario il čiprovacense don Petăr Parčevič (1612? – 1674), dottore di teologia e diritto canonico (Roma, "La Sapienza")[212].

1646. F. Soimirovič invia a Roma una lettera (cronologicamente la prima conosciuta ad oggi) nella quale racconta delle crudeltà durante la raccolta della 'tassa di sangue' (devşirme) da parte del potere turco.

P. Bogdan si reca in visita pastorale alla sua diocesi nei suoi nuovi confini: tra il 7 novembre e i primi di dicembre visita Sofia e i pauliciani nella Bulgaria meridionale, nella zona di Filippopoli (Plovdiv), dei cui villaggi dà delle preziose descrizioni; dopo le feste natalizie continua la visita nella zona di Čiprovci ed il 17 febbraio 1647 firma l'ampia relazione di questa visita, ricca di dati e descrizioni[213].

In autunno M. Bandulović visita la parte moldava della sua diocesi e ne fa una dettagliata descrizione contenuta nella sua celebre relazione del 1648, "Visitatio generalis omnium ecclesiarum catholici ritus in provincia Moldaviae…", nota come Codex Bandinus[214].

1647. Il maestro di P. Bogdan e F. Soimirovič, "R. P. Raphaele Levacovich Crovata [sic] ordinis minorum S.ti Francisci de obserbantia" viene nominato arcivescovo di Ocrida (Ohrid) "seu Prima Iustiniana in Bulgaria, olim Dardania, vacantem a pluribus annis sub dominio Turcarum"[215]. Levaković non entrerà mai nella sua diocesi, la sua promozione de facto rimarrà nominale.

Il Capitolo della Custodia Bulgariae et Valachiae elegge, al posto di F. Soimirovič, il nuovo custode: fra Paolo da Cinquefonti (Pavel ot Petokladenzi).

Fra F. Soimirovič, vicario dell'arcivescovo di Sofia P. Bogdan, parte per la Valacchia dove, nella città di Târgovişte, s'incontra con il suo collega e amico don P. Parčevič, segretario dell'arcivescovo di Marcianopolis, e di là partono insieme per Varsavia dove propongono al re Ladislao IV Vasa la corona del Regno di Bulgaria[216]. L'unico risultato concreto di questa missione, però, è che il re appoggia la candidatura di Soimirovič per la sede vescovile di Nikopol.

1648. Viene istituito un episcopato specialmente per i pauliciani settentrionali con sede a "Nicopolis ad Danubium flumen in Bulgaria". È promosso vescovo di Nikopol don Filippo Stanislavov (Philippo Stanislao), proveniente da quei territori, dal villaggio di Oreše nei pressi di Nikopol, e da famiglia pauliciana[217]. Per questa nomina P. Bogdan aveva avanzato la candidatura del proprio vicario F. Soimirovič, ma viste le tensioni tra i francescani di Čiprovci e il clero secolare che lavorava presso i pauliciani sul Danubio, la Santa Sede ha preferito nominare un candidato locale.

1649. Viene firmata tra i francescani della Custodia Bulgariae et Valachiae e il vescovo di Nikopol don F. Stanislavov una Conventio che regola i rapporti tra loro (Fermendžin 1887: 190-192, n. CIV), in particolare la posizione dei frati che lavorano come parroci nei paesi trovatisi sotto la giurisdizione del nuovo vescovo.

Il 5 dicembre alla Custodia di Bulgaria e Valacchia arriva la notizia che fra Raffaele Levaković, arcivescovo di Ocrida, è passato a miglior vita.

1650. Anno Santo. Quasi tutta l'élite del cattolicesimo bulgaro passa per Roma dove:

– F. Stanislavov presenta un esposto per i pauliciani in Bulgaria settentrionale nel quale, tra l'altro, afferma che la gente non vorrebbe i francescani di Čiprovci[218];

– F. Soimirovič viene nominato vescovo della chiesa di Prizren "in Servia in partibus infidelium": il 26 settembre si svolge il processo informativo, il 6 ottobre egli già firma il giuramento (Dujčev 1937: 123-127) mentre il breve papale esce il 27.II.1651[219];

– P.Parčevič viene da Venezia (dove il 6 luglio ha prsentato al Senato un memorandum di carattere politico) e dopo una permanenza di circa 3 mesi a Roma parte per Ancona dove ha un appuntamento con P. Bogdan, il quale deve ancora andare a Roma (si suppone che dovessero coordinare le loro posizioni nelle trattative per la costituzione di una coalizione antiturca)[220];

–  P. Bogdan firma nella Città eterna una relazione sullo stato della sua diocesi (datata 27.XII) (Fermendžin 1887: 213-215, n. CXXII; Jačov 1992, I: 310-314, n. 155).

        Nello stesso anno passa a miglior vita M. Bandulović, vescovo di Marcianopoli, amministratore e vicario apostolico della Moldavia.

1651. Esce a Roma l'Abagar curato da F. Stanislavov[221]: una raccolta di preghiere e testi apocrifi vicina alla tipologia 'Libri per viaggiatori', stampata in caratteri cirillici in cinque grandi fogli destinati ad essere ritagliati e incollati in forma di rotolo. Per via del carattere cirillico e della lingua, sempre 'illirica' ma più vicina al bulgaro parlato dell'epoca, l'Abagar per tradizione viene considerato il primo libro bulgaro a stampa, a scapito delle due edizioni di P. Bogdan.

Il 21.V.1651 a Venezia si svolge la solenne cerimonia della consacrazione del nuovo vescovo di Prizren, il francescano čiprovacense F. Soimirović. Nel settembre dello stesso anno egli è già nella sua diocesi e stabilisce la sua residenza nella città di Novo Brdo ("Montenovo" nei documenti in lingua italiana).

L'albanese Andrea Bogdani (inizio XVII sec. – 1683), già sacerdote nella diocesi di Prizren, viene nominato arcivescovo di Ocrida al posto del defunto fra R. Levaković. Questa volta nei documenti del processo istruttorio la sede arcivescovile viene definita "Ocride in finibus Servie"[222]. Come si può evincere da alcune vicende successive, tale definizione sarebbe stata voluta e suggerita dal diretto interessato.

1652. L'arcivescovo A. Bogdani, senza neanche aver tentato di entrare nella sua diocesi, nel mese di giugno s'insedia nei territori della diocesi di Prizren dove in precedenza aveva servito e da ciò nasce una lunga contesa giurisdizionale con il nuovo vescovo di Prizren fra F. Soimirovič. La contesa verrà risolta solo nel 1656 e risulterà molto proficua per la nascita della moderna storiografia nazionale bulgara che, nelle persone di P. Bogdan e F. Soimirovic, s'impegna a dimostrare e difendere la 'bulgaricità' dei territori da Ocrid al Mar Nero. Il caso ha generato anche una ricca corrispondenza parzialmente ancora inedita (cf. Stančev 1998 e Stančev 2008a).

1653. Nasce, ad opera dei francescani di Čiprovci, la moderna storiografia bulgara.

Tra il 15.I e il 4.XII F. Soimirovic invia a Roma 10 lettere (inedite) concernenti la contesa con A. Bogdani[223]. Una di esse, scritta il 28.I, è ricca di argomenti storici e citazioni di opere di storia e geografia[224] il cui scopo è di dimostrare che la sede di A. Bogdani, Ocrida, fa parte della Bulgaria e non della Serbia, nella quale invece si trova la sua ecclesia di Prizren. Sempre allora, tra gennaio e febbraio, Soimirovič cura la composizione di due esposti nei quali approfondisce il tema in una più ampia prospettiva storico-geografica: Breve descritione [sic] del Regno di Servia e Breve descrizione di Ocrida in Bulgaria[225], erroneamente attribuiti da alcuni autori a P. Bogdan[226] il quale, invece, si pronuncerà sull'argomento due anni più tardi.

Nella vicenda s'inserisce anche il parroco di Novo Brdo (la residenza di Soimirovič), Petăr Lekičić, che in una lettera del 2. I. 1653 spiega l'estraneità di "Ochrida in Bulgaria" alla diocesi di Prizren, quindi al "Regno di Servia" (Jačov 1992, I: 407-408).

P. Bogdan, dal canto suo, nella relazione per la visita della diocesi nel 1652/53, datata 15 giugno 1653, inserisce un esposto ben distinto sulla storia di Sofia (inc.: "La città di Sofia, anticamente chiamata Sardica, nella Dacia mediterranea fra mont'Hemo e Rodope, …")[227] il cui scopo principale è quello di motivare e difendere il suo titolo Sardicensis che sarebbe stato portato già dal santo papa e martire Clemente.

1655. P. Bogdan, sollecitato dal segretario di Propaganda fide a causa della contesa tra F. Soimirovič e A. Bogdani, il 10 febbraio presenta a Roma una dettagliata relazione sulla storia della diocesi di Ocrida[228]. In una lettera del 2 dicembre, invece, egli si lamenta delle persecuzioni da parte dei turchi e del metropolita greco di Sofia ed esprime il desiderio di trasferire la propria residenza in Valacchia (Fermendžin 1887: 249-250, n. CXLIII).

F. Soimirovič presenta a Roma un esposto sui confini dell'arcidiocesi di Marcianopoli e sul suo stato dopo la morte di M. Bandulović, contenente il suggerimento che il futuro arcivescovo avrebbe potuto risiedere a Tărnovo (Jačov 1992, I: 500-503).

1656. La Congregazione di Propaganda fide s'affretta a risolvere i problemi sorti attorno alle diocesi cattoliche considerate bulgare.

        Con un decreto della Congregazione del 3 febbraio viene iniziata la procedura per la nomina del čiprovacense P. Parčevič, ex segretario del defunto M. Bandulovič, arcivescovo di Marcianopolis: "designavit Petrum Parcevich sacerdotem secularem Bulgarum, virum de religione catholica benemeritum, iam S. Congregationis de Propagandas Fide alumnum in sacra theologia et sac. canon. versatum, ad ecclesiam metropolitanam Marcianopolitanam" (Dujčev 1937: 149-150). La consacrazione di Parčevič avviene il 6 marzo dello stesso anno (Dujčev 1937: 150). Visto, però, che non gli danno l'amministrazione anche della Moldavia, come era nei tempi di Bandulović, Parčevič non si reca nella sua diocesi e dal 1657 diventa consigliere presso la corte di Vienna con il titolo di barone.

        Sempre del 3 marzo è il decreto con cui l'arcivescovo di Ocrida Andrea Bogdani viene trasferito "ad ecclesiam metropolitanam Scupien [Skopje] vacantem in Servia" (Dujčev 1937: 136). Con altro decreto della stessa data s'apre la procedura per il trasferimento di Francesco Soimirovič, vescovo di Prizren, alla sede arcivescovile di Ocrida; il 20 marzo il nuovo arcivescovo viene solennemente insediato (Dujčev 1937: 141-143). Durante il processo informativo viene ribadito che "la città di Ochrida è sita in Bulgaria vicino ad un lago detto Ochrida" (Dujčev 1937: 140). È evidente che i dibattiti degli anni precedenti e gli scritti sulla storia ecclesiastica di Ocrida e di Serbia hanno prodotto qualche risultato. Veniva finalmente risolta la contesa tra F. Soimirovič e A. Bogdani, durata quasi 5 anni.

In questo modo nell'anno 1656 il sogno politico dei cattolici čiprovacensi, la rinascita del "Regno di Bulgaria" (come più volte lo chiamano nei loro scritti) sotto il segno del cattolicesimo (del quale loro erano indubbiamente la colonna portante)[229], sembrava realizzarsi dal punto di vista dell'organizzazione ecclesiastica. Le tre arcidiocesi che abbracciavano tutto il territorio bulgaro – quelle d'Ocrida, di Sofia (comprensiva dei pauliciani meridionali) e di Marcianopolis (a quest'ultima era suffraganea, almeno nominalmente, la diocesi di Nikopol) – erano nelle mani di tre čiprovacensi: i francescani dell'Osservanza F. Soimirovič (Ocrida) e P. Bogdan (con una posizione centrale come arcivescovo di Sofia residente a Čiprovci, la fortezza del cattolicesimo bulgaro secenteso) e il sacerdote secolare a loro vicinissimo P. Parčevič (Marcianopoli). D'altronde, i čiprovacensi già dal 1647 (v. qui sopra) erano alla ricerca di "qualche Signore cattolico" che avrebbe potuto governare "questo regno di Bulgaria"[230] con il ruolo dominante dei cattolici, sul modello di Čiprovci dove i cattolici e gli ortodossi erano equamente presenti (ca. 2000 persone per ciascuna delle comunità) ma, a dir di P. Bogdan, "dove è uno delli nostri cattolici, se fussero cento scismatici, non hanno tanto ardimento di far niente senza lui" (Fermendžin 1887:  91). Alla realizzazione del loro sogno, diventato un programma politico, sono dedicati anche gli intensi contatti politici dei cattolici bulgari nella prima metà degli anni '50 che si concludono nel 1656 con la nomina, da parte di Ferdinando III d'Asburgo (1608-1657, dal 1637 imperatore del Sacro Romano Impero), di un cardinale protettore "Regni nostri Bulgariae" nella persona di Girolamo Colonna[231]. A partire dalla seconda metà degli anni '50, però, iniziò un periodo di dubbi, di qualche ripensamento e, inevitabilmente, d'invecchiamento dei grandi protagonisti dell'attività cattolica nella Bulgaria secentesca. Dagli scritti di alcuni di loro, in primis dei frati minori, si evince che qualcuno cominciava a rendersi conto che le ambizioni erano troppo grandi per una comunità che comunque non riusciva a superare le 10.000 persone e sempre di meno poteva contare su nuove conversioni. Ma andiamo avanti con la cronaca.

1656. F. Soimirovič invia a Roma un esposto nel quale spiega cosa sarebbe necessario fare perché il nuovo arcivescovo d'Ocrida, ossia lui stesso, possa entrare nella sua diocesi (Fermendžin 1887: 254-255, n. CXLVIII). Sembra che l'esposto accompagnasse una lettera del 14 luglio contenente una richiesta di mezzi finanziari con lo stesso scopo (Jačov 1992, I: 579-581, n. 271).

1657. P. Parčevič, incaricato dalla corte di Vienna, svolge la sua celebre missione presso l'hetman ucraino Bohdan Chmel'nyc'kyj[232] che gli rende il riconoscimento delle origini nobili e la nomina di consigliere dell'Imperatore, ma lo mette in conflitto con la Santa Sede che non tollera l'esplicito impegno politico dei suoi prelati.

1658. F. Soimirovič, diversamente dai suoi predecessori, si reca in visita alla diocesi d'Ocrida e il 28 novembre invia alla Congregazione una lettera da Čiprovci nella quale scrive: "Non trovai nella mia visita una scintilla di nome cattolico in tutta la Diocese, et Città d'Ocrida, […] et io con alquanti mij Sacerdoti mi sono retirato qui in Chiprovaz nella mia Patria" (Jačov 1992, I: 711-713, n. 318, cit. p. 712).

        P. Bogdan invia a Roma un'ampia relazione sullo stato della sua diocesi, ricca di notizie storiche sui bulgari e sulla città di Sofia e di elementi autobiografici[233]; nella relazione cita l'atto con il quale il voevoda di Valacchia Constantin Şerban (1654-1658) "concede, dà e dona" la chiesa e il monastero "S. Francisci romani ritus in civitate nostra Targovistiensi […] ad Reverendissimum Archiepiscopum Sardicensem Patrem Petrum Deodatum a Chiprovatio eiusdem Franciscanae familiae Alumnum, et Apostolicum Vicarium huius nostrae Provintiae" con la vigna "in circulo monasterij"[234]. Sembra che P. Bogdan non abbia abbandonato l'idea di trasferire la propria sede in Valacchia: sia in vista delle crescenti difficoltà che deve affrontare alla sua età già avanzata (cf. qui sopra la sua lettera del 1655), sia per potersi dedicare con calma ad un'opera che da tempo gli sta a cuore e che aveva già iniziato a scrivere – la Storia della Bulgaria (la completerà nel 1667, v. più avanti).

        L'arcivescovo P. Bogdan firma una delega al čiprovacense Stefan Kneževič[235], francescano dell'Osservanza, "Custodiae Bulgariae Custodem Actualem" affinché lo rappresenti a Roma davanti al papa Alessando VII e davanti ai cardinali della Congregazione[236].

1660. P. Bogdan scrive da Napoli, dove si trova per la prima volta e ha "goduto per alquanti giorni delitie di questa nobile Città, quale prima non havevo visto"; intercede presso il suo protettore a Roma perché si dia l'incarico ad un certo padre Donato "della nostra lingua" di occuparsi degli schiavi cristiani (cattolici) capitati a Napoli come prigionieri di guerra essendo stati costretti a servire l'armata turca[237].

1661. F. Soimirovič invia a Roma una lettera con la proposta che la Custodia di Bulgaria e Valacchia venga elevata a Provincia; la lettera è accompagnata da documenti che disegnano il quadro della Custodia in quei tempi: un elenco di 12 "sugetti [sic] più qualificati" con indicazione degli studi conseguiti e l'età e un elenco dei "Conventi nel Regno di Bulgaria" (in realtà anche in Valacchia e Serbia) (Milev 1914: 185-190).

1662. Gli incarichi dell'arcivescovo P. Parčevič e del vescovo F. Stanislavov, suo suffraganeo, vengono sospesi per motivi di carattere disciplinare e le loro diocesi vengono temporaneamente affidate alle cure di F. Soimirovič, che a sua volta non riesce ad insediarsi nella sua diocesi d'Ocrida (v. qui sopra, a. 1658). Parčevič verrà riabilitato nel 1668, mentre Stanislavov solo all'inizio del 1673, un anno prima della morte.

1663. P. Bogdan invia a Roma un'ampia relazione sulla sua visita della diocesi negli anni 1662/63[238]. La relazione, ricca di dati sulla storia di Sofia e di elementi autobiografici, è comprensiva anche di un riassunto della relazione del custode di Bulgaria e Valacchia che al posto e a nome di P. Bogdan aveva visitato la Valacchia; nel riassunto vi è una dettagliata descrizione della contesa che era sorta tra i frati minori dell'Osservanza che abitavano il monastero di S. Francesco a Târgovişte, donato da Constantin Şerban, e un minorita conventuale che voleva la metà del reddito dalla vigna che era l'unica fonte di mezzi per i suddetti padri osservanti di origini bulgare ("Patres Bulgari"). Con un decreto del 10 aprile 1664 la Congregazione risolve il problema a favore dei minoriti dell'Osser­vanza[239].

In una lettera ai cardinali della Congregazione F. Soimirovič riporta interessanti informazioni su un invito del patriarca ortodosso di Peć (Serbia) all'arcivescovo di Scopie Andrea Bogdani e sul proprio incontro a Kossovo con il nipote di quest'ultimo, Pietro Bogdani, in quei tempi vescovo di Scutari (Shkodra). Soimirovič non perde l'occasione di lanciare qualche freccia contro i vecchi avversari, mettendo nella bocca dello stesso P. Bogdani le seguenti parole: "Lei sa, che il Monsignor Zio non sa niente, et io manco non so la lingua Illirica antiqua"[240].

1665. Un terremoto provoca il crollo della parte superiore della chiesa cattolica di 'SS. Maria Assunta' a Čiprovci. Ottenere il permesso (dal sultano) e i mezzi (da Roma) per il suo restauro sarà la principale preoccupazione dell'arcivescovo P. Bogdan negli anni successivi.

1666. Essendo incaricato della loro amministrazione, F. Soimirovič invia una relazione sullo stato dell'arcidiocesi di Marcianopoli e della diocesi di Nikopol[241]: è lo scritto più corposo di Soimirovič che oggi si conosce. Seguendo il modello delle relazioni di P. Bogdan, Soimirovic si sofferma all'inizio sulla storia del cattolicesimo nel "Regno di Bulgaria", poi esprime alcune opinioni proprie su come dovrebbe essere organizzata la chiesa cattolica in Bulgaria (tornare sotto un unico arcivescovo aiutato da un vescovo coadiutore: evidentemente Soimirovič pensa a P. Bogdan nel primo ruolo e a se stesso nel secondo) e solo dopo descrive la sua visita alle due diocesi.

1667. Il 15 novembre P. Bogdan invia a Roma una lunga relazione sulla visita della sua diocesi e della Valacchia nello stesso anno[242], dilungandosi sulla storia e i confini del "Regno di Bulgaria", sui bulgari ortodossi e la Chiesa metropolitana di Sofia, sulla storia del cattolicesimo in Bulgaria. Informa che, pregato da molti, "compilavit historiolam, nihil aliud continentem nisi defensionem paterni soli, ubi semper viguit catholica fides, contra eos qui somniat nostros eo tempore agnuisse fidem, quo Paulianistae conversi sunt; adventum in Bulgaria Seraphicae Religionis, et conversionem Paulianistarum; ac etiam multa alia quae tam Episcopos, quam Religiosos, atque catholicos concernunt; omnia haec per ordinem redacta apud se Archiepiscopus retinet" (Dokumenti: 231). Assieme alla sua descrizione della Bulgaria del 1640, questo è lo scritto di P. Bogdan più ampio e più ricco di notizie (a volte documentate con la trascrizione di interi atti), ragionamenti storici e impressioni personali.

1668. L'arcivescovo di Marcianopoli P. Parčevič viene riabilitato e gli viene affidata anche l'amministrazione della Moldavia, come fu nei tempi di M. Bandulovič (del quale Parčevič fu il segretario).

        Il 20 febbraio P. Bogdan invia alla Congregazione una lettera nella quale di nuovo racconta con ammarezza del crollo della chiesa di Čiprovci e delle tante difficoltà da superare per poterla ricostruire; si sofferma anche su alcuni momenti autobiografici (ha già 67 anni, da 30 anni è vescovo) (Milev 1914: 191-194). Più tardi nello stesso anno e sempre con lo scopo di ottenere aiuti per la ricostruzione della chiesa, il vecchio prelato intraprende un lunghissimo viaggio che lo porta a Varsavia, Vienna, Venezia e Roma dal quale torna il 10 febbraio 1669[243].

Durante il suo soggiorno a Roma P. Bogdan lascia lì l'unico manoscritto della sua Storia della Bulgaria perché sia valutata la possibilità che venga pubblicato a spese della Congregazione. Del lavoro redazionale è incaricato il letterato croato Ivan Paštrić (Giovanni Pastrizio) nei cui archivi negli anni '70 del XX sec. fu ritrovata una copia che contiene la prefazione (inc.: Bulgarorum res gestas…), i primi tre capitoli e l'inizio del quarto[244], mentre il manoscritto autografo di Petăr Bogdan si è perso (forse a Venezia, dove sarebbe stato successivamente portato secondo un'annotazione di Paštrić).

1670. Il 10 novembre P. Bogdan invia a Roma la sua relazione (rimarrà l'ultima) sulla visita della diocesi e della Valacchia effettuata lo stesso anno, comprensiva della relazione di Paolo di Cinquefonti della sua visita, come inviato di P. Bogdan, presso i pauliciani meridionali[245]. Racconta che tra dicembre 1669 e gennaio 1670 si è recato a Salonicco, dove si trovava il sultano, per via dei mezzi e del permesso per la ricostruzione della chiesa di Čiprovci. Più tardi è stato a Bucarest dove la chiesa cattolica era crollata ed egli ha organizzato il suo restauro al prezzo di 300 scudi; successivamente si è recato a Târgovişte dove la chiesa del monastero, incendiato dai tartari, era rimasta senza tetto. Tornato in Bulgaria, fa la visita delle parrocchie nella zona di Čiprovci (in quest'occasione per la prima volta menziona che gli 'scismatici' avevano due chiese nella città di Čiprovci): è l'ultima descrizione della sua Patria (come con orgoglio la chiama più volte nei suoi scritti) e contiene molti interessantissimi dettagli sulla prassi liturgica e le lingue usate, sulla scuola, sul numero dei cattolici ecc.

1672. In due lettere al proprio protettore a Roma, del 10 e del 15 marzo (Fermendžin 1887: 284-286, nn. CLXXIV e CLXXV), P. Bogdan di nuovo parla della chiesa, racconta della processione con l'icona miracolosa della Madonna organizzata contro la pestilenza, si scusa della "mano vecchia e tremante".

1673. Viene riabilitato il vescovo di Nikopol F. Stanislavov.

La lettera al protettore del 15 settembre su alcune questioni amministrative (Fermendžin 1887: 289-290, n. CLXXX) è l'ultimo scritto di P. Bogdan pervenutoci.

        Nell'autunno, forse nel mese di ottobre (cf. Dokumenti: 503, nota 36), a Čiprovci muore Francesco Soimirovič, uno dei più illustri francescani čiprovacensi. Egli passa a miglior vita all'età di 59 anni, un anno prima del suo maestro e modello di vita e opera P. Bogdan con il quale per decenni aveva condiviso idee e fatiche, speranze e delusioni ed il cui posto, molto probabilmente, sperava (e meritava) di ereditare.

1674. Nell'arco di due mesi (anzi, meno) scompaiono i tre personaggi più celebri del cattolicesimo bulgaro del XVII sec.:

– il 23 luglio a Roma, all'età di ca. 62 anni, passa a miglior vita l'arcivescovo di Marcianopoli Petăr Parčevič; viene sepolto nella chiesa di S. Andrea delle Fratte dove nei giorni nostri il riconoscente popolo bulgaro ha deposto una lapide commemorativa;

– l'8 agosto, all'età di ca. 65 anni, muore il vescovo di Nikopol don Filip Stanislavov;

        – ai primi di settembre a Čiprovci, all'età di 73 anni, si spegne il personaggio più illustre del francescanesimo bulgaro e di tutta la Bulgaria secentesca, l'arcivescovo di Serdica/Sofia fra Petăr Bogdan Bakšič.

1675. Il 27 febbraio il custode di Bulgaria e Valacchia Vlas Kojčevič[246], vicario generale di P. Bogdan per la diocesi di Sofia, invia a Roma una lettera sullo stato della diocesi dopo la morte di P. Bogdan: è l'unico scritto di Kojčevič noto oggigiorno (Fermendžin 1887: 290-291, n. CLXXXI).

I cattolici della diocesi di Nikopol inviano a Roma una lettera con la quale informano la Congregazione della morte di F. Stanislavov e propongono che al suo posto sia nominato il padre Serafino di Čiprovci (Fermendžin 1887: 292 (n. CLXXXIII); la proposta non viene accolta.

1676. Il 19 giugno papa Clemente X (1670-1676) firma il documento con cui la Custodia francescana (dell'Osservanza) di Bulgaria e Valacchia viene elevata a Provincia (esisterà fino al 1781); il primo ministro provinciale è Stefan Kneževič di Čiprovci (cf. sopra, sotto l'anno 1658), fino ad allora custode (Madjar 1999: 73, nota 40).

Il 5 dicembre viene nominato arcivescovo di Sofia, al posto del defunto P. Bogdan, Vlas Koičevič[247] che, però, muore tra la fine del 1676 e l'inizio del 1677 (prima del 29 gennaio) senza riuscire ad entrare effettivamente nel suo incarico.

1677. Stefan Kneževič viene nominato arcivescovo di Sofia il 5 aprile[248]. Sarà l'ultimo arcivescovo cattolico di Sofia residente a Čiprovci da dove fuggirà dopo la tragedia del 1688.

        Il 7 aprile si svolge il processo informativo per la nomina del nuovo vescovo di Nikopol e il 10 maggio viene nominato il francescano čiprovacense Anton Stefanov[249]; anche lui come S. Kneževič, finirà i suoi giorni in emigrazione.

1679. Il 10 settembre l'arcivescovo S. Kneževič invia alla Congregazione una dettagliata relazione sullo stato della diocesi di Sofia, frutto dellа visita effettuata in due turni: novembre-dicembre 1678 (Filippopoli/Plovdiv e i pauliciani della zona, al ritorno – Sofia) e maggio 1679 (Čiprovci e dintorni)[250]. Il testo è ricco di varie informazioni tra le quali spicca la descrizione della chiesa di Čiprovci finalmente ricostruita ovvero costruita di nuovo grazie alle fatiche di P. Bogdan. Scrive Kneževič:

Iddio mostrò gran miracolo per consolare il sopradetto prelato [P. Bogdan], havendo ottenuto la licenza della Porta Ottomana per fabricarla, havendo fatto il gran vesiro prohibitione, che non si fabricano le chiese nel suo dominio. Ma Iddio per sua misericordia ha trovato li mezzi di fabricarla e fù fatta la bellissima chiesa, la metà è fatta in volta e la metà con travi, spatiosa a sufficienza. La sacristia anche fù fatta nella medema [sic] chiesa, dove prima non vi era […] Questa chiesa ha le porte tre, vasi d'aqua benedetta appresso le porte, senza pulpito, si predica sopra l'altare, sepulture delli sacerdoti e dei secolari; le fenestre son sei e la porta della sacristia; sta diviso il sesso alli offitij divini […] Il choro è dietro dell'altare maggiore con le sue sedie, ben provisto dai libri necessarij per il choro dai Padri Minori Osservanti. Si offitia in lingua latina, esponendo li giorni festivi l'Evangelio e l'Epistola nella lingua slava per amor del popolo, che non intende penitus latino.

Offitij divini, hora, messe, vesperi, mattutino in mezza notte in so­ma s'osservano con ordine e s'offitia la chiesa per gratia del Signore, come se fossi in mezzo della Christianita (Dokumenti: 399).

        Era questo il grande desiderio del defunto P. Bogdan, il cui esausto corpo riposava nella stessa chiesa: che in Bulgaria si potesse vivere "come se fossi in mezzo della Cristianità".

1680. Il vescovo di Nikopol fra A. Stefanov invia a Roma la sua prima relazione sullo stato della diocesi, all'inizio della quale racconta come "per la sua povertà non potendo mandar' il huomo apposta per le Bolle Apostolicae", ossia per il Breve per la sua nomina vescovile, "anno 1679, alli 20 d'Agosto, fu consacrato a Chiprovaz d'un solo Vescovo, cioè dal Monsignor Arcivescovo di Sofia [S. Kneževič]"[251]. La relazione è ricca di informazioni oggettive[252] sullo stato, poco felice, del cattolicesimo tra i pauliciani settentrionali, molti dei quali erano fuggiti oppure avevano abbandonato la fede (alcuni per "diventare turchi"), altri si chiamavano cattolici ma seguivano tradizioni e riti pagani o eretici. In evidente polemica con alcune gonfiate notizie giunte a Roma, Stefanov scrive: "in tutto questi novelli christiani, detti paulianisti, chi si trovano fra Danubio e Monte Hemo, con quelli chi sono fugiti e vanno vagabondi, non so s'arrivarano a cinque millia [sic] anime, […] altri 150.000 dove sono" (Dokumenti: 466). Informa, inoltre, che da tre anni risiede "a Begliani [Belene], quantumque miserabilmente e con la continua paura", però almeno "sin'hora non è stato legato, nemeno impriggionato, ma se fosse stato in altro luogo, Iddio benedetto sa, cosa sarebbe stato sin'hora d'esso" (Dokumenti: 472). Si lamenta che "essendo stato fratte de Minori Osservanti di San Francesco, non ha atteso a studiare le cose pertinenti al governo vescovale. E subito, quand'udito all'insperata la sua elettione, è venuto in questi paesi, dove l'altri libri, chi trattano delle cose pertinenti all'officio vescovale non si trovano, eccetto ch'il pontificale" (Dokumenti: 473).

1685. A. Stefanov invia a Roma una nuova relazione, molto più breve, nella quale riporta quasi le stesse informazioni aggiungendo, però, un elemento che getta luce su una delle principali cause del degrado nel quale vive la missione cattolica in Bulgaria settentrionale: "Nelli tempi passati, cioe avanti le guerre di Polonia, sono stati quelli Paesi in altro essere, e li xr'iani [christiani], tanto Mercanti Ragusei, quanto l'altri habitanti di quelli contorni in altro stato"[253]. Il fallito assedio di Vienna (1683), dove il re polacco Jan III Sobieski sconfisse i turchi, e la formazione nel 1684 della antiottomana Lega Santa, misero i cattolici dell'impero turco, mai visti di buon occhio, nella situazione di nemici da perseguitare. Questo, come anche le pessime condizioni economiche a causa delle guerre in corso, costrinse molti dei pauliciani convertiti ad emigrare in Valacchia, mentre alcuni di quelli non convertiti preferirono accettare l'Islam.

1686/87. La situazione in Bulgaria diventa esplosiva, vi sono alcune notizie di insurrezioni a Tărnovo e Arbanasi, le truppe austriache si muovono verso i Balcani, la gente cerca rifugio al di là del Danubio. Il 2 marzo 1687 A. Stefanov scrive a Roma che tutti i pauliciani neoconvertiti cercano di scappare e "la poca fede, che avevano un anno fa, ora è non solo addormentata, ma quasi morta"; lui stesso, essendo stato catturato da un tartaro e essendo riuscito a riscattarsi pagando, intende emigrare perché "vedo in modo chiaro che se rimango qua, entro due mesi sarò ammazzato miseramente e senza nessuna utilità"[254]. Nel corso dello stesso mese il vescovo di Nikopol si trasferisce in Valacchia, da dove nel dicembre il principe Şerban Cantacuzino (Spisarevska 1988: 105) lo invia a Vienna con una missione presso l'imperatore Leopoldo I (Spisarevska 1988: 109).

        A Čiprovci la situazione rimane ancora relativamente calma. L'arci­vescovo Kneževič il 25 luglio 1686 invia a Roma una lettera con la quale chiede alla Congregazione l'approvazione di alcune sue disposizioni concernenti conferme o sostituzioni di missionari presso i pauliciani meridionali, una nuova nomina a Klisura e la scelta di un nuovo maestro per la scuola di Čiprovci; solo alla fine egli fa un accenno alla crescente tensione politica: "La relatione dovuta che si deve dare secondo il mio obligo della mia Diocese, il tempo non permette, perché tutte le saette sopra di noi si scaricano"[255].

1688. Nei mesi di maggio e giugno A. Stefanov è di nuovo a Vienna come ambasciatore del principe di Valacchia incaricato di trattare le condizioni per l'adesione della Valacchia e della Moldavia alla coalizione antiottomana[256].

        Il 12 agosto le forze della Lega Santa assediano Belgrado e il 6 settembre la conquistano; in questo periodo il cugino di S. Kneževič, Giorgio Pejačevič, si presenta al comandante delle truppe austriache in Transilvania, il feldmaresciallo F. Veterani, a capo di un corpo militare bulgaro che avrebbe già partecipato alla conquista di Orşova e si mette a disposizione per azioni militari in direzione della Bulgaria; nel mese di settembre i bulgari della zona di Čiprovci insorgono sperando di essere raggiunti presto dalle truppe austriache[257]. Attaccato da re Luigi XIV, però, l'imperatore Leopoldo I trasferisce gran parte del suo esercito sul fronte del fiume Reno e presto perde non solo Belgrado, ma anche l'intera Serbia. Le speranze dei čiprovacensi di una prossima liberazione svaniscono, la città viene messa a fuoco e rasa al suolo.

        Il 20 ottobre 1688 dal monastero di S. Francesco in Târgovişte (Valacchia), dove ha trovato rifugio, l'arcivescovo Stefan Kneževič invia a Roma una relazione in 12 punti, nella quale racconta la tragedia dei čiprovacensi dopo l'insurrezione[258]: sono stati uccisi tutti i cristiani di confessione cattolica, salvo i ragazzi fino all'età di 16 anni e le ragazze, portati in schiavitù (ca. 1.000 persone); le chiese, i monasteri e le case dei cattolici a Čiprovci, Kopilovci, Železna e Klisura sono stati rasi al suolo; quelli che sono riusciti a salvarsi (come egli stesso, che ha cavalcato tutta la notte fino al Danubio) è scappato in Valacchia e ora questa gente, priva di tutto, sta morendo di fame; della regione di Filippopoli/Plovdiv, da lui amministrata, non sa dire niente, non sa "se sono vivi o morti" ma aspetta notizie; i cattolici bulgari emigrati in Valacchia sono ca. 3.000 e l'arcivescovo prega che il papa interceda per loro davanti al principe di Valacchia, per sé chiede i paramenti e gli altri attributi che spettano a un (arci)vescovo perché nella fuga è rimasto sprovvisto di tutto.

Così nell'autunno dell'anno 1688 il sogno politico dei cattolici bulgari e dei loro padri spirituali, i francescani čiprovacensi, si spense nel sangue dei sognatori stessi. L'arcivescovo Stefan Kneževič († 1691), il vescovo Anton Stefanov († 1692/93) e gli altri francescani čiprovacensi, sopravvissuti alla tragedia, fecero il possibile per mantenere viva tra i bulgari in emigrazione sia la fede cattolica che la speranza "di ritornare in breve tempo nella propria Patria"[259]. Svanita la speranza di un prossimo ritorno, anzi – aumentato il numero degli emigrati per conto dei pauliciani della Bulgaria settentrionale che continuavano ad attraversare il Danubio per cercare salvezza e fortuna, agli inizi del '700 una consistente massa di bulgari s'insediò nei territori della Transilvania e del Banato[260] dove già esisteva una minoranza bulgara e dove, come si è visto, già nel XIV secolo era sorta la prima Custodia Bulgariae francescana. Ma la storia del francescanesimo bulgaro nella diaspora[261] per ora rimane fuori dal nostro tema. Farò solo i nomi di due personaggi nati a Čiprovci prima dell'insurrezione, la cui attività si è svolta già in emigrazione.

Uno è Krăstju Pejkič (1665-1730/31), che studiò inizialmente nella scuola francescana di Čiprovci e, dopo il 1688, a Roma. Ordinato sacerdote nel 1698, egli partì come missionario presso i bulgari cattolici in Valacchia e Transilvania e nel periodo 1699-1703 fu uno degli organizzatori della colonia bulgara ad Alvinz. Tra il 1705 e 1709 fu attivo a Venezia, dopodiché ritornò tra i bulgari emigrati; passò a miglior vita a Belgrado. K. Pejkič è l'autore di tre opere (la prima di esse, Zercalo istine/Speculum veritatis, edita in lingua 'illirica' e in latino, le altre solo in latino), pubblicate tra 1716 e 1730, che trattano dei rapporti tra le chiese dell'Oriente e dell'Occidente e della possibilità di convertire i mussulmani al cattolicesimo[262].

L'altro čiprovacense (che ormai della città natale non aveva nessun ricordo) attivo in emigrazione fu Jakov Pejačevič (Jacobo Peiaczevich, 30.IV.1681 – 14.VII.1738), allievo del Collegio Illirico a Loreto, gesuita, professore di teologia e filosofia a Tyrnava, Zagabria, Nadsombat ecc. Nel 1714 egli pubblicò a Zagabria un volume contenente due sue opere in lingua latina: un compendio geografico (ovvero storico-geografico), nel quale vi sono delle pagine dedicate alla Bulgaria, e una dissertazione intitolata Theses ex universa philosophia[263].

5. Dalla rovina di Čiprovci alla Liberazione della Bulgaria: i francescani e il cattolicesimo tra i pauliciani bulgari dalla fine del '600 all'anno 1878

5.1. Dopo l'insurrezione e il successivo spopolamento di Čiprovci l'appartenenza alla confessione cattolica rimane la caratteristica distintiva di una parte dei pauliciani bulgari (un'altra, non insignificativa di numero, passa all'islam) e con il tempo i due termini diventano sinonimi: pauliciani = bulgari cattolici; in questo senso si parlerà di pauliciani anche nel presente testo da qui in poi[264]. Nonostante fossero eredi delle stesse tradizioni, anche dialettali, le due comunità pauliciane – quella settentrionale e quella meridionale – hanno avuto uno sviluppo abbastanza diverso. È diversa la loro presenza nel panorama culturale bulgaro nei secoli XVIII-XIX, sono diverse anche le strutture ecclesiastiche alle quali appartengono sinora.

La vita spirituale dei pauliciani settentrionali, convertiti al cattolicesimo a partire dall'inizio del XVII per opera della missione francescana di Čiprovci, dal 1648 (v. sopra) e sino ad oggi è affidata all'episcopato di Nikopol. Com'è stato già detto, nel periodo della sospensione di mons. F. Stanislavov la sua diocesi fu affidata al francescano čiprovacense F. Soimirovič e dopo la morte di Stanislavov, vescovo di Nikopol divenne il francescano čiprovacense A. Stefanov; cent'anni dopo un altro fran­cescano, fra Pavel Dovanlia (pauliciano meridionale, v. più avanti), sarà vescovo di Nikopol dal 1774 al 1804. Nonostante tutto questo, però, il francescanesimo non riuscì mai a radicarsi e a diffondere le sue tradizioni spirituali e culturali tra i pauliciani settentrionali.

I pauliciani meridionali intorno a Filippopoli/Plovdiv (da qui in poi mi servirò solo del nome moderno della città, Plovdiv), convertiti poco più tardi e per merito soprattutto di P. Bogdan, dopo la rovina di Čiprovci divennero la colonna portante dell'Arcidiocesi cattolica di Sofia al punto che nel 1699 il papa Innocenzo XII (1691-1700) rinominò quest'ultima in Arcidiocesi di Sofia e Plovdiv. Nel 1758 papa Clemente XIII (1758-1769) trasformerà l'arcidiocesi in un Vicariato apostolico e solo nel 1979 il papa Giovanni Paolo II (1978-2005) la (ri)eleverà in diocesi[265]; dal 1699 la sua sede ufficiale è nella città di Plovdiv. È proprio questa comu­nità che cercherà, tra mille difficoltà, di portare avanti le tradizioni del francescanesimo čiprovacense nei secoli più bui del dominio ottomano in Bulgaria.

5.2. Della situazione tra i pauliciani meridionali "dopo la strage, la cattività e la devastazione di Čiprovci"[266] abbiamo la preziosissima testimonianza di una voce del luogo: quella di Stefano da Ludbreg, francescano dell'Osservanza, dal 1680 missionario apostolico "inter Paulianistas in Tracia"[267]. Nelle sue lettere della primavera del 1692, fra Stefano racconta come dopo la devastazione di Čiprovci il già defunto arcivescovo (S. Kneževič) a fatica si è salvato scappando in Valacchia, mentre lui stesso e il suo compagno don Demetrio[268] si sono nascosti mentre si scatenava la furia dei turchi (che, secondo lui, avrebbero fatto 18.000 vittime) e poi hanno continuato la loro opera missionaria. Non potendo, però, avere la conferma triennale del loro impegno da parte dell'arcivescovo che si era trasferito a Sibiu, in Transilvania (dove S. Kneževič morì nell'ottobre 1691), continuavano a lavorare facendo fede alla lettera pervenuta loro da parte di fra Marco Pejačevič (Marcus Peiacsevich, rampollo della nota famiglia čiprovacense), minorita dell'Osservanza, vicario della Provincia e vicario generale dell'arcivescovo di Sofia[269]. Nella sua lettera del 9 marzo 1692 fra Stefano chiede che sia ordinato sacerdote il suo allievo Michail Iliev (Michaele de Elia) poiché dopo la morte di un altro missionario, Florio di Andrea, sono rimasti solo in due con don Demetrio a servire tre parrocchie che abbracciano cinque villaggi. La situazione in questi cinque villaggi[270], che rimarranno i pilastri del cattolicesimo nella zona di Plovdiv anche nei secoli successivi, secondo la relazione di Stefano da Ludbreg da lui stesso presentata a Roma nel 1696[271], era la seguente:

Nella missione di Calaclije [Kalačlii] con la villa di Baltagije [Baltadžii] vi sono da 792 cattolici.

Nella missione di Doghanlije [Doganlii, noto anche come Duvanlii] con altre doi ville, cioè Hambarlie et Selgikovo [Seldžikovo], vi sono da 638 cattolici.

Nella missione di Davugevo [Davudževo] vi sono da 485 cattolici.

In tutti li sudetti luoghi vi sono doi missionarij solamente, cioè don Demetrio di Jagneva e don Michele di Elia, Bosnese. Don Demetrio nella missione di Calaclije e don Michele in quella di Davugevo.

Del tutto, dunque, i pauliciani meridionali o, come si esprime fra Stefano, "nella Bulgaria superiore", ammontavano a ca. 2.000 (1.915 per l'esattezza). Lui ci dà informazioni preziose anche sulla situazione "nella Bulgaria inferiore, vicino et alle rive del Danubio":

In Begliane [Belene] vi sono da 140 case de cattolici, alli quali amministra li sacramenti fra Filippo Bulgaro.

In Orasse [Oreše] vi sono da 90 case de cattolici, a questi serve don Stefano Bosnese. […]

Nelle seguenti cinque ville, cioè Lasane [Lăžane], Calugeriza [Kalugerica], Baszio [Băscevo], Sotio [Sotevo], Terniceviza [Trănčеvica], […] sono sopra 2.000 anime di cattolici, senza alcun ministro evangelico. […]

In Rusi, Sumen, Provadia et Varna, vi saranno da 400 catolici senza alcun sacerdote […]. (Dokumenti: 534-535)

Di seguito fra Stefano parla anche dell'"arcivescovato di Scopia" dove "ve ne sono sopra 2.000 cattolici con un solo missionario, don Paolo Josich [Jošić]" (Dokumenti: 535), proponendo poi una soluzione 'economica':

E perché da molti anni in qua li cattolici di una e dell'altra Bulgaria e Servia si ritrovano senza alcun pastore, che ordini nuovi sacerdoti, facci Santa Cresima […], consagri S. oglio", la Congregazione potrebbe pensare "di provederli d'un pastore, che possi rissedere in quelle parti et intenda la voce delle sue pecorelle, con determinarli la residenza in Filippopoli, luogo il più proprio nelli presenti tempi. […] Sparmiandosi le provisioni della S. Congregazione dell'arcivescovo di Sofia e Scopia e quelle di Nicopoli, […] si potrebbero applicare queste al nuovo arcivescovo (Dokumenti: 536).

Un arcivescovo con sede a Plovdiv, dunque, al posto delle cattedre, ormai vacanti, di Sofia, Nikopol e Skopje. Forse non saremmo lontani dalla verità se ipotizzassimo che fra Stefano non era estraneo all'idea di vedere se stesso in questo ruolo[272]: sarebbe stato il primo (arci)vescovo francescano residente a Plovdiv. Ma la Congregazione, accogliendo solo alcuni dei suoi suggerimenti, ha deciso in altro modo.

5.3. L'arcidiocesi di Sofia fu rinominata 'di Sofia e Plovdiv' con sede a Plovdiv e nel 1699 (secondo altre fonti, nel 1707) fu affidata al dalmata don Paolo Jošić (Ioscich), già menzionato da Stefano da Ludbreg come sacerdote in Serbia; egli assumeva temporaneamente anche l'am­ministratore della diocesi di Nikopol[273]. Ad aiutarlo nel lavoro presso i pauliciani settentrionali (pur inizialmente destinato a Plovdiv) dalla Congregazione fu inviato il francescano bosniaco Matteo Medakovič che nel 1708 scrisse in una lettera che i pauliciani di Dolno Lăžane (Laxani inferiore) e di Marinopolci negli ultimi 25 anni non avevano visto mai un sacerdote cattolico (Fermendžin 1887: 330; cf. Miletič 1903: 67).

Nel 1712 ad aiutare l'arcivescovo Jošić fu inviato il giovane missionario Marco Andriaši (it. Andriasci) da Ragusa/Dubrovnik che giunse a Plovdiv il 26 novembre. Come racconta egli stesso[274], "Monsignor Ioscich, […] invece d'accettarmi e darmi corraggio, alla prima vista […] m'intimò dovessi senza dimora ritornare a dietro" (Jerkov 2006: 99)[275]. Avuti, però, precisi ordini dalla Congregazione, Jošić mandò Andriaši "verso Danubio alla missione di Begliani, dove son capitato alli 22 di marzo [1714] … con il titolo di Vicario Generale di Nicopogle" (Jerkov 2006: 100). Nella sua prima lettera dalla Bulgaria settentrionale Andriaši racconta:  

Qui in Begliani ha esercitata la missione un tal Padre fra Filippo Minor Osservante e pure non trovo per miracolo ne pur un cattolico che sappia far il segno della S. Croce, non che gli altri rudimenti della nostra S. Fede. […] Alla chiesa non comparivano, perché il lor sacerdote sì per causa dell'ignoranza, come anche per l'età avanzata da 80 in 90 anni, ne cellebrava, ne diceva l'offitio. Veramente io dubbitavo, se egli fosse stato sacerdote, […], però alcune lettere dei Religuiosi di Valachia, m'assicurarono di sì. […] Il padre Filippo, dopo haver havute le sue provisioni, s'è ritirato in Valachia nel convento della sua Religione, e sarebbe stato meglio, non fosse stato mai qui, havendo fatto più del male, che del bene (Jerkov 2006: 100-101)[276].

Si vede che i vecchi rancori tra i sacerdoti secolari e i francescani operanti nella diocesi di Nikopol non erano cessati, nonostante gli eventi tragici del 1688 e il fatto che uno dei predecessori di Andriaši, Anton Stefanov, fosse francescano.

Non è chiaro quando esattamente M. Andriaši fu elevato da vicario generale a vescovo di Nikopol, ma in una dettagliata relazione del 1721 egli si presenta così: "Relatione della visita delle Diocesi di Nicopoli e Sofia visitate da me Marco Andriasci vescovo di Nicopoli et arcivescovo eletto di Sofia, nell'anno del signore 1721" (Jerkov 2006: 107-139: 107)[277]. Evidentemente M. Andriaši, dopo la morte di P. Jošić, ebbe per qualche tempo entrambi i suoi incarichi. Nella succitata relazione egli scrive:

Il Regno di Bulgaria sotto li doi Metropolitani della Sardica, e Misia inferiore numerava dodeci vescovi cattolici, et hora il solo arcivescovo di Sofia, con l'amministrazione di Nicopoli poiche per mancanza dei vescovi e per la Dilatione di creare i loro successori, è venuto a mancare il Cattolicesimo, e per la mancanza del Cattolicesimo sono state occupate le nostre Chiese dai Scismatici (Jerkov 2006: 108).

Mentre si aspettava la nomina del nuovo arcivescovo, l'incarico di Vicario generale di Sofia e Plovdiv fu affidato ad un altro personaggio, il pauliciano Michail Dobromirov di Kalačlii. Completati gli studi in Italia e tornato in patria nel 1715, egli – a differenza di Andriaši – si guadagnò subito la fiducia di P. Jošić e diventò suo stretto collaboratore. Dopo la nomina di M. Andriaši, Dobromirov fu inviato da lui presso i pauliciani settentrionali come missionario a Belene da dove tornò nel 1725, quando alla sede di Nikopol fu elevato Nikola Stanislavič[278].

Proprio quando Dobromirov rientrò nella regione di Plovdiv, la missione cattolica nella diocesi di Sofia e Plovdiv subì un colpo durissimo. L'arcivescovo Andriaši e tutto il suo clero furono arrestati dai turchi e portati a Istanbul per essere processati come cospiratori e soltanto grazie agli sforzi  "del signor console di Ragusa ricoperarono la libertà a condizione di perpetuo bando dalla Tracia e dalla Bulgaria"[279]. Tutti i ragusei furono espulsi, il permesso di ritornare e riprendere le loro funzioni fu concesso soltanto ai due bulgari: Michail Dobromitrov e Nikola Todorov. Poiché Andriaši, che rimaneva nominalmente arcivescovo di Sofia, non poté mai più valicare i confini dell'Impero Ottomano, le cure per la sua diocesi furono affidate a M. Dobromirov[280], dal 1737 affiancato da Nikola Bošković (Nicolò Boscovich) da Ragusa (Dubrovnik), nipote dell'arcivescovo Andriaši[281]. Una frase di troppo in una sua lettera di raccomandazione abbinata ad un'altra, firmata da Dobromirov, costò ad entrambi la vita: accusati di essere spie austriache, Dobromirov e Bošković furono processati per direttissima e il 22 aprile 1738 furono decapitati a Odrin[282]. Nel 1741 passò a miglior vita anche l'arcivescovo Andriaši e all'inizio del 1742 fu inviato ad effettuare una visita delle diocesi di Sofia e di Nikopol "P. Giovanni Baptista Nicolovich Casasi, vicario generale di Servia et nunc Visitator apostolicus totius regni Bulgariae" con il quale il 23 febbraio giunse "in questa orfana, pericolosa e derelita quasi diocesi [di Sofia e Filippopoli]" Nicolò Angeli Radovani, "oriundo da Scutari in Albania, missionario apostolico"[283]. Di questa visita (Jerkov 2006: 165-205) Nikolović lasciò una relazione estremamente interessante e atipica, mentre N. Radovani rimase in Bulgaria inizialmente come missionario e dal 1743 come arcivescovo di Sofia e amministratore di Plovdiv. Dopo aver risanato non poco la situazione nell'arcidiocesi, N. Radovani lasciò la Bulgaria nel 1753 perché fu nominato arcivescovo di Durazzo e al suo posto nel 1754 fu elevato Benedetto Zuzzeri il quale, però, all'inizio del 1756 rinunciò all'incarico e se ne andò. Nel 1758 l'arcidiocesi di Sofia e Plovdiv fu trasformata in Vicariato apostolico che ebbe come vicari S. Dugli (1759, morto nello stesso anno), don Giuseppe Roverani (1759-1763) e dal 1765 il pauliciano Paolo Dovanlia, che nel 1776 sarà nominato vescovo di Nikopol. Prima di parlare di questo meritevole francescano, però, gettiamo uno sguardo allo sviluppo della situazione nella diocesi di Nikopol dopo il trasferimento di M. Andriaši nell'arcidiocesi di Sofia-Plovdiv e la nomina di Nikola Stanislavič alla sede di Nikopol.

Fino all'anno 1736 il vescovo Nikola Stanislavič, che fu destinato dalla Sacra Congregazione De Propaganda fide "alla cura d'anime della Diocesi di Nicopoli sino dall'anno 1725"[284], non riuscì (forse non ebbe il coraggio di provare) ad entrare nella sua diocesi e la governava dalla città di Craiova in Valacchia con l'aiuto di un francescano, "P. Fra Giovanni Nikolich Min. Osservante di S. Francesco della Provincia di s. Caio, Missionario Apostolico nella Diocesi di Nicopoli"[285], l'unico sacerdote cattolico che "al presente […] in tutta la Diocesi si ritrova" (Jerkov 2006: 141) e dell'aiuto del quale Stanislavič poté avvalersi nella sua unica visita della diocesi fatta tra aprile e maggio del 1736 e descritta nella sua relazione del 1738 (Jerkov 2006: 139-157). La relazione è inviata da Craiova, ma nello stesso anno Stanislavič, insieme ad un numeroso gruppo di pauliciani settentrionali fuggiti in Valacchia, si trasferì in Ungheria dove nel 1739 divenne vescovo di Csanád (cf. Miletič 1903: 70). La sua diocesi rimase senza un titolare fino al 1753, quando fu nominato vescovo di Nikopol il raguseo Nicolò Pugliesi, che si dedicò con zelo, a volte esagerato, allo sradicamento delle superstizioni arrivando a redigere nel 1757 una specifica "Formola del giuramento proposto a pauliciani di Nicopoli" (Jerkov 2007: 168-173)[286]. Nel 1766 il vescovo Pugliesi fu arrestato dai turchi e poi espulso dalla diocesi; gli succedette il battistino Sebastiano Canepa che morì nel 1769 (Miletič 1903: 73-75). La sede vescovile rimase vacante fino al 14 ottobre 1776 quando papa Pio VI nominò vescovo di Nikopol il già menzionato Paolo Dovanlia che in sintonia con le tradizioni francescane seppe essere più tollerante rispetto agli usi e costumi del popolo.  

5.4. Il francescano Paolo Dovanlia (Pavel Gajdadžijski Duvanlijata, Paulus Dovanlia) è senza dubbio un personaggio di particolare rilievo nella storia del cattolicesimo bulgaro del secondo '700[287]. Nato nel 1733 (e non nel 1704, come erroneamente veniva riportato in alcune vecchie pubblicazioni) a Doganlii/Duvanlii, da dove il soprannome[288], fra Paolo studiò nei collegi della Propaganda fide a Fermo e a Loreto e poi si laureò in teologia a Roma. Fu ordinato sacerdote il 1 maggio 1765, ma già dal 1763 svolgeva attività presso i pauliciani meridionali. Nel 1771 fu nominato Vicario apostolico di Sofia e Plovdiv. Il 24.X.1775 concluse il lavoro su una raccolta manoscritta contenente canti spirituali e omelie tradotte o compilate da fonti italiane, tabelle calendarie ed altro. Gli si attribuisce anche un'altra raccolta composta da nove cicli di canti spirituali. La tradizione popolare vuole che Pavel Dovanlia sia l'autore di quasi tutte le canzoni e poesie che circolano nell'ambiente pauliciano, vi è addirittura una leggenda secondo la quale il poeta nazionale bulgaro Ivan Vazov (1850-1921) avrebbe imparato a comporre poesie da Paolo Dovanlia! Stranamente, dopo il suo trasferimento nella Bulgaria settentrionale quest'ultimo, come pare, non si dedicò più all'attività letteraria. Sia in questo campo che come vicario apostolico di Sofia-Plovdiv egli ebbe come successore il suo amico e compagno nell'attività missionaria Petăr Kovačev Carski (Petrus Fabri Imperiali, 1745/46 – 24.II.1795)[289], il quale ha lasciato un notevole patrimonio letterario che lo mette accanto a P. Dovanlia come l'altro fondatore e più importante rappresentante della tradizione letteraria dei pauliciani meridionali.

Nel 1776 fra P. Dovanlia fu consacrato vescovo di Nikopol. Le speranze della Congregazione sicuramente furono che egli, con l'esperienza del lavoro presso i pauliciani meridionali, sarebbe riuscito a rianimare la comunità dei pauliciani settentrionali. Però le condizioni lì erano diverse, molto più instabili, quasi del tutto mancavano sacerdoti. Nel 1781 da Roma furono inviati due passionisti e le loro lettere fanno percepire bene tutta la crudeltà delle condizioni nelle quali dovettero lavorare in Bulgaria settentrionale tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX sec. (cf. Sofranov 1982; Giorgini 1998). Nella sua relazione dell'ottobre 1781 il vescovo P. Dovanlia presentò il seguente quadro della sua diocesi:

paese

n° famiglie

n° abitanti

Oreše

55

334

Belene

93

613

Petikladenci

26

166

Trănčevica

39

313

Lagene [Gorno Lăžani]

49

415

Butovo

5

30

Varnapolci

27

172

Totale

294

2.043

[a]

[a] Giorgini 1998: 12, dove come somma della seconda colonna appare erroneamente indicata la cifra 2.053. È stata pubblicata anche un'altra relazione di P. Dovanlia, del 1778, v. Jerkov 2007: 183-189.

Nel 1696 il suo confratello Stefano da Ludbreg parlava di "sopra 2.000 anime di cattolici" presso i pauliciani settentrionali e poco meno di 2.000 tra quelli meridionali: è evidente che nel corso di quasi un secolo i numeri non hanno subito una sostanziale variazione e che il totale dei bulgari cattolici verso la fine del XVIII secolo ammontava a circa 4.000 persone. C'erano, inoltre, gli stranieri in alcune grandi città che spesso ospitavano e mantenevano i vescovi cattolici: P. Dovanlia, per esempio, risiedeva a Ruse (allora Rusčuk, la forma turca del nome) nella casa di mercanti ragusei (vi erano in tutto 6 case con 28 persone) poiché a Nikopol, la sua sede ufficiale, non c'era nessun cattolico, mentre i contadini nei paesi della diocesi erano troppo poveri e non potevano mantenerlo (cf. Giorgini 1998: 13).

5.5. Nell'anno 1781 venne chiusa la Provincia francescana (dell'Osser­vanza) Bulgariae et Valachiae, fondata il 2.VI.1623 come custodia della provincia Bosna Argentina ed elevata in provincia nel 1676 (v. sopra). Nel dicembre del 1804 a Bucarest, all'età di 71 anni, passò a miglior vita il vescovo fra Paolo Dovanlia. La presenza francescana in Bulgaria, che nei secoli XVII-XVIII ha conosciuto momenti di gloria e ha fornito alla cultura bulgara personaggi d'altissimo livello, si rinnoverà verso la metà del secolo XIX con l'arrivo nella zona di Plovdiv dei frati minori di un'altra famiglia, i cappuccini.

Dopo un breve periodo di presenza dei missionari liguoristi (alias redentoristi), guidati dal ceco Ivan Ptáček (1836-1840)[290], nella primavera del 1841 a Plovdiv giunse una missione di frati cappuccini guidata da Andrea Canova, piemontese di Garessio (prov. di Cuneo)[291]. Il 7 marzo 1841 egli firmò il suo primo documento dalla Bulgaria nel modo seguente: "P. Andrea da Garessio, Cappucino, Prefetto della missione di Filippopoli" (Tarnovaliski 1968: 124, n. I). Un anno più tardi A. Canova già firmava come "Prefetto Apostolico del Vicariato di Sofia" (Tarnovaliski 1968: 151, n. XVI), mentre dall'autunno del 1843 lo troviamo già nel ruolo di vicario apostolico, quale rimarrà fino alla morte, avvenuta il 10 agosto 1866, essendo dal 1848 elevato alla dignità di vescovo (titolare) di Croja[292]. Durante i 25 anni di governo di A. Canova furono costruite la cattedrale "S. Lodovico" a Plovdiv e le chiese nei paesi pauliciani circostanti; furono aperte le prime scuole cattoliche; sempre a lui si attribuisce l'iniziativa di stabilire a Plovdiv le rappresentanze diplomatiche di Austria, Francia, Regno Unito e Russia a livello di vice-consoli.

Fu cappuccino italiano anche il successore di monsignor Canova, Francesco Domenico Reinaudi da Villafranca (2.XI.1808 – 24.VII.1893), vicario apostolico di Sofia e Plovdiv dal 1868 al 1885. Egli fondò il seminario e l'ospedale cattolico a Plovdiv, difese i partecipanti all'insur­rezione antiturca del 1876, organizzò la cura per i feriti durante la guerra russo-turca del 1877/78, fu eletto per tre volte presidente onorario del Consiglio Regionale della Rumelia Orientale, di cui Plovdiv fu la capitale fino all'Unificazione della Bulgaria nel 1885: l'anno in cui F. D. Reinaudi, all'età di 77 anni, si ritirò a riposo a Kalačlii. Per i suoi meriti ebbe da papa Leone XIII (1878-1903) la nomina onoraria ad Arcivescovo di Stavropoli.

Sotto la guida di questi due cappuccini il cattolicesimo presso i pauliciani meridionali visse una rinascita e la città di Plovdiv divenne la vera capitale del cattolicesimo in Bulgaria. Ma i meriti non vanno soltanto ai vicari apostolici. Erano attivi tutti i membri della missione tra i quali si distingue per la sua attività letteraria ed educativa fra Edoardo da Torino (29.II.1812 – 7.I.1873)[293]. Giunto in Bulgaria il 13 dicembre 1841, fra Edorardo lavorò come missionario 4 anni in Chambarlii (Žitnica) e 27 anni in Kalačlii (General Nikolaevo). Avendo imparato benissimo la lingua bulgara (non solo il dialetto locale), egli scrisse una grammatica bulgara in italiano per i suoi colleghi missionari, compilò un dizionario italiano-bulgaro (vi lavorò sopra fino ai suoi ultimi giorni), fece una rielaborazione del Carstvenik ili Istorija bolgarskaja di Christaki Pavlovič (1844), scrisse la storia della missione cattolica a Kalačlii (le già menzionate Memorie di Kalaclia ampiamente citate da L. Miletič). Queste opere di fra Edoardo, rimaste in manoscritto, non sono del tutto conservate (ed è particolarmente grave la perdita del dizionario). Il suo confratello e compagno nella missione, fra Samuele di Prato († 18.I.1894), pubblicò, invece, in quattro volumi le traduzioni e le opere proprie di fra Edoardo di carattere religioso: Misleni za maki Issukrastovi, Roma 1878 (scritto nel 1847); Nauki od sveti Francisko od Sales i od blaxeni Egidio, Roma 1878 (tradotto dall'italiano nel 1847); Nauki za kristianskiat xivot, Roma 1878 (tradotto dal latino nel 1863); Izbranie ot bogomilni falbi i pesni, Prato 1878 (tradotti dall'italiano, non c'è indicazione dell'anno, forse frutto di un lavoro durato più anni)[294].

Scritti in una lingua ancora fortemente influenzata dal dialetto dei pauliciani meridionali e stampati in caratteri latini, pubblicati in Italia nell'an­no della Liberazione della Bulgaria e destinati al "bulgarski-plovdivski-katolicenski narod"[295] ("popolo cattolico bulgaro di Plovdiv"), questi quattro libri segnano la fine di un'epoca in cui i cattolici bulgari erano una minoranza fortemente isolata dal resto del popolo bulgaro, distinta non sono per confessione, ma anche per tradizione culturale, compresi alfabeto e norma linguistica, insomma, detto con le parole di fra Samuele di Prato, un "popolo cattolico bulgaro" a sé. Dopo il 1878 i bulgari cattolici si sono inseriti nel processo di costruzione del nuovo Stato bulgaro nel quale sono rimasti 'solo' una minoranza confessionale che ha la propria storia, in alcuni periodi drammatica, della quale i padri francescani di nuovo fanno parte: ma questo è un altro tema.

In conclusione vorrei tornare per un attimo sul titolo del presente contributo: I francescani e il cattolicesimo in Bulgaria. Spero che la rassegna qui proposta, per quanto incompleta, abbia dimostrato in modo inconfutabile che sarebbe difficile e poco sensato scrivere solo del francescanesimo in Bulgaria, così come sarebbe impossibile e insensato scrivere del cattolicesimo nelle terre bulgare senza trattare ampiamente il ruolo dei francescani. I due fenomeni sono inscindibilmente legati, perciò studiando la presenza francescana in Bulgaria praticamente si studia la storia del cattolicesimo in questo paese di maggioranza e di tradizione cristiana orientale: una storia sulla quale recentemente è stata gettata molta più luce rispetto a qualche decennio fa, ma della quale siamo ancora lungi dal conoscere tutti i dettagli e tutti i protagonisti e dall'aver valutato senza pregiudizi il vero peso nel passato e nel presente del paese.

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http://bg.wikipedia.org/wiki/Католически_софийско-пловдивски_епископ

http://www.bosnasrebrena.ba/v2010/povijest-provincije/kronoloski-pregled-dogadjaja.html

Note

[138] Sul tema esistono due importanti studi ai quali parzialmente m'appoggio qui e nei quali si possono trovare ulteriori indicazioni bibliografiche: quello più specifico di Ivan Dujčev (1965; prima pubblicazione: 1934) e quello più generale di Vasil Gjuzelev (2009).

[139] Si veda Dujčev 1942 ripreso in IBI XII, LIBI II: 307-373 (con traduzione bulgara a fronte); traduzione italiana delle lettere di Innocenzo III concernenti i Balcani: Dall'Aglio 2003.

[140] V. documenti nn. 13 e 14 in IBI XII, LIBI II: 323-327 e 327-329 del 25 febbraio 1204; trad. it.: Dall'Aglio 2003: 93-98 (n. 32) e 98-100 (n. 33).

[141] Cfr. IBI XII, LIBI II: 351-361, lettere nn. 29, 30, 32 e 33; trad. it.: Dall'Aglio 2003: 123-136 (nn. 44-47).

[142] Cfr. Dall'Aglio 2003: 25-27. "Dal suo regno" perché in quel momento Kulin era (o almeno era ritenuto) vassallo di Emerico. Sul complesso problema se davvero si trattasse di eretici e, in caso, di quali, si veda la dettagliata relazione della collega Barbara Lomagistro nel presente volume.

[143] Cf. il documento del 30 aprile 1203, allegato alla lettera del rappresentante del papa, Giovanni da Casamari, con la quale egli informava Innocenzo III dell'esito del consiglio: trad. e bibliogr. Dall'Aglio 2003: 70-72.

[144] Ed. Popruženko 1928; Božilov, Totomanova, Biljarski 2010.  

[145] Rimando di nuovo alla relazione di Barbara Lomagistro nel presente volume per una serie di dettagli che chiariscono il concetto di 'eresia' ed 'eretici' nell'ideologia cattolica del XIII secolo che comprendeva anche gli 'scismatici', cioè gli ortodossi orientali.

[146] Si veda la lettera di Gregorio IX al re Bela IV del 16 dicembre 1235 in IBI XXV, LIBI IV: 50-51.

[147] Dujčev 1965: 396; v. l'intera lettera in IBI XXV, LIBI IV: 74-76, cfr. anche le lettere successive, pp. 76-79.

[148] Ibid. Cf. IBI XXV, LIBI IV: 78-79.

[149] Sull'argomento si veda Dujčev 1972: 310-313 il quale, invece, ritiene la crociata svoltasi, ma per opera dell'imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II. In realtà, il papa suggeriva una crociata congiunta contro l'imperatore bizantino (di Nicea) Giovanni III Dukas Vatatze e contro Ivan Asen II con lo scopo di aiutare l'indebolito Impero latino di Costantinopoli. Alla fine, però, si fece guerra solo all'imperatore bizantino e non con le forze ungheresi, ma con l'aiuto del re di Francia.

[150] IBI XXV, LIBI IV: 91 (l'intera lettera, datata 21 marzo 1245: pp. 89-92). Cf. Dujčev 1965: 396-397 e Gjuzelev 2009: 152.

[151] Dujčev 1965: 402, sull'argomento pp. 401-404; cfr. Gjuzelev 2009: 156, 210-211. I. Dujčev a ragione annota che nelle lettere non si parla di ritorno alla comunione con la Chiesa romana, come se il papa non sapesse dell'unione dello zar Kalojan.

[152] Si veda la relazione di B. Lomagistro nel presente volume e la bibliografia ivi citata.

[153] Dujčev 1965: 405 e la bibliografia ivi citata; cf. anche Gjuzelev 2009: 233-234.

[154] Per il luogo Srim (da alcuni citato come Cerim) viene proposta l'identificazione con l'attuale Cerevic/Čerević in Serbia, a una ventina di chilometri da Novi Sad, alle falde di Fruška gora; alcuni storici però lo identificano con l'antica Sirmium, l'odierna Sremska Mitrovica in Vojvodina (Serbia), come fa nel 1761 anche il francescano Blasius Kleiner (v. più avanti), citando lo stesso documento: "Srim, nunc Sirmium" (Juez Gálvez 1997: 152; trad. bulgara Dujčev, Telbizov 1977: 139).

[155] Le cronache ungheresi raccontano de "l'odioso Glad", parente dello zar bulgaro Simeone (893-927), che governava la zona e aveva avuto un lungo conflitto con Arpad (ca. 850 – 907), il fondatore della prima dinastia ungherese. Sulla riva destra del Danubio Glad teneva la città di Bdin (di dove sarebbe anche stato originario) e questo potrebbe spiegare le aspirazioni degli ungheresi, che nell'epoca in questione governavano la zona suddetta, verso Bdin e il suo territorio.

[156] Secondo il suo primo editore, il testo sarebbe stato composto da un francescano dalmata che abbia soggiornato per qualche tempo in Serbia; secondo Praga con il quale concorda anche Gjuzelev, si tratterebbe invece di un domenicano.

[157] Charles de Valois (1270-1325, conte di Valois dal 1286) sposò in seconde nozze Caterina de Courtenay il cui nonno, Baldovino II, fu l'ultimo imperatore latino di Costantinopoli. Questo permise a Carlo di assumere, tra 1301 e 1308, il titolo di 'Imperatore consorte dell'Impero Romano d'Oriente'; egli non era estraneo all'idea di sedersi effettivamente un giorno al trono di Costantinopoli e questo spiega anche il suo interesse per l'Europa orientale.

[158] Secondo Gjuzelev 2009: 215.

[159] Nel 1514 la Vicaria francescana di Bosnia venne divisa in Bosna Srebrena (Bosna Argentina) e Bosna-Hrvatska che nel 1517 furono elevate a province. Nel 1624 presso la provincia di Bosna Argentina venne istituita la Custodia Bulgariae (v. qui più avanti); oggi è difficile dire se quest'atto fosse inteso all'epoca come una rifondazione della preesistente omonima custodia oppure come una istituzione ex novo; cf. la cronologia della provincia Bosna Srebrena sul sito:

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[160] Sulla vicenda e sui documenti che la testimoniano si vedano Dujčev 1965: 413-422, Gjuzelev 2009: 231-233 e la bibliografia ivi citata.

[161] Scrive fra Marco da Viterbo, Ministro generale dell'ordine dei frati minori: "Patareni et Manichei sunt amplius solito disposti baptizari" – Dujčev 1965: 416.

[162] Dujčev 1965: 422 e la bibliografia ivi citata, della quale evidenzierei solo una fonte: Vita del B. Tomaso di Foligno e compagmi martiri in Bulgaria, in Mazzara, Antonio 1721: 170-172.

[163] In realtà, come osserva anche I. Dujčev, nella bolla papale si legge "ac a villa de Varia in Bulgaria".

[164] Anna di Savoia, zia di Amedeo, era madre di Giovanni Paleologo.

[165] Insospettiti, non senza ragione, dei veri scopi delle trattative condotte da Giovanni V Paleologo a Buda, i bulgari non gli permisero d'attraversare, al suo ritorno, i territori del Regno di Tărnovo e l'imperatore rimase bloccato a Bdin, già in possesso degli ungheresi, fino all'esito dell'azione del Conte Verde – v. Gorina 1970; Matanov, Michneva 1988: 116-117; Gjuzelev 2009: 234-235.

[166] Per una sintesi sul processo della conquista dei Balcani da parte dei turchi, ricca anche di molti dettagli non comunemente noti, si veda il già citato volume di Matanov e Michneva (1988).

[167] "Est Chiprovatij pars Opidi, seu regio, quale etiam hodie appellatur regio Saxonum" – Relazione dell'arciveskovo P. Bogdan dell'a. 1667, Dokumenti: 237.

[168] Su Blasius Kleiner e il suo Archivium Tripartitum, del quale ci sono pervenute per intero solo la I e la III parte (per la seconda v. Madjar 1999: XXVII), si veda la relazione di W. Stępniak-Minczewa nel presente volume. Ivi anche per la legenda della miracolosa icona della Madre di Dio che qui ci interessa.

[169] Juez Gálvez 1997: 149; trad. bulgara Dujčev, Telbizov 1977: 136-137.

[170] Madjar 1999: 84 (foto della p. 50 del ms) e p. 4 (trad. bulgara).

[171] Subito dopo aver parlato del 1371 e della miracolosa icona mariana di Čiprovci, Kleiner racconta del già menzionato martirio dei frati francescani a Bdin, "nunc Vidin", come se fosse successo nell'anno 1379, mentre si ritiene accertato che esso sia avvenuto nel 1370. Naturalmente, non essendoci giunto l'autografo, possiamo attribuire quest'errore (se di errore si tratta) al copista oppure alla fonte da Kleiner usata. Comunque sia, l'attenzione nell'uso di testi del genere come fonti è d'obbligo; d'altronde, per una serie di fatti che qui ci interessano, non disponiamo di altre fonti.

[172] Il banato di Usora, nella bassa pianura pannonica.

[173] Il fiume Nerente/Nerertva scorre nell'attuale Herzegovina, abbastanza lontano dalla Drina e dal banato di Usora dove governavano i Dabišiči menzionati sopra.

[174] Cf. Dermendžiev 1989 e Sotirov 1989 (il secondo autore dimostra un atteggiamento più critico nei confronti delle fonti leggendarie).

[175] Il sopranome Kneževič, attribuito a Stefan Dabiša, che sarebbe stato "acquisito per via del titolo principesco del padre, il principe [knez] Ninoslav" (Dermendžiev 1989: 101) non è noto da altre fonti; inoltre, come si è appena cercato di spiegare, i nostri Dabišiči non discendono dalla famiglia del bano Ninoslav.

[176] Dermendžiev 1989 e i materiali d'archivio da lui citati a p. 128, nota 3.

[177] Kneža è situata a 20 km a sud del Danubio, quasi a metà strada tra Tărnovo e Bdin/Vidin (a 120 km da Vidin, a 135 da Tărnovo in linea aerea).

[178] L'intera ricostruzione è basata sullo studio di Dermendžiev (1989) che a sua volta si basa sugli archivi della famiglia Parčevič (v. sopra).

[179] Non è molto chiara la fonte delle notizie, giunte a Roma, ma nel 1601 M. Orbini scrive, che "attorno l'Istro [= Danubio], non lungi da Nicopoli" vi erano "quattordici villaggi habitati da questi Paulichiani", cf. Orbini 1601: 353.

[180] Indico qui solo le raccolte di documenti e gli studi dedicati al tema nel suo insieme: Pejacsevich 1880; Fermendžin 1887 e 1892, Miletič 1903: 8-25; Milev 1914; Dujčev 1937; Dujčev 1939; Spisarevska 1988; Stanimirov 1988; Nešev 1989; Jovkov 1991, Jačov 1992, I-II; Dokumenti (1993); Madjar 1999. Nel presente lavoro, citando i documenti secondo queste raccolte, mantengo l'ortografia degli editori salvo alcuni casi concernenti il volume Dokumenti (1993) dove nei testi in italiano spesso vi sono evidenti errori di stampa che mi sono permesso di correggere.

[181] Su Pietro Solinate (Petrus Salinates Bosnensis) v. Milev 1914: 62-69; Dujčev 1937: 14-17; Dujčev 1939: 9-12; la sua biografia e la sua attività sono ancora da studiare in modo più approfondito.

[182] Relazione di F. Soimirovilč del 3. VIII. 1666, Dokumenti: 357.

[183] Relazione quinquennale di P. Salinate presentata a Roma nel 1612, Dokumenti: 13.

[184] La lettera è scritta in cirillico ed è timbrata con il timbro di Čiprovci.

[185] Su Ilia Marinov v. Milev 1914: 70-72, 94-97; Dujčev 1937: 31-34 e 75-85; Dujčev 1939: 13-15.

[186] In alcune pubblicazioni si usa la forma 'bulgarizzata' Bakšev che non è presente nelle fonti. Lo stesso Petăr Bogdan nelle sue opere 'illiriche' a stampa firma come Baksich, mentre i suoi contemporanei usano anche le forme Bachsich, Bacsich, Bacsi e Baxij. Se le ultime due riportano la forma iniziale del cognome di P. Bogdan, si potrebbe supporre che esso sia di origini albanesi: cfr. la parola turco-albanese bakshevan che deriva dal turko bahçevan ('allevatore di ortaggi e frutta; giardiniere').

[187] Relazione del vescovo Marinov del 1628, Fermendžin 1887: 32-33, n. XXX.

[188] Su R. Levaković e la sua attività legata alla Bulgaria v. Dujčev 1937: 47-50.

[189] La lettera, in traduzione italiana, e citata nella Relazione di P. Bogdan del 1667, v. Dokumenti: 247-248, cf. anche Fermendžin 1887: 33-34, n. XXXII, dove il testo, in latino, è leggermente più breve.

[190] Su Petăr Bogdan Bakšič v. Milev 1914: 77-79, 98-119; Dujčev 1937: 35-41, 86-91; Dujčev 1939: 15-39; Jerkov 1978a e 1979; Dimitrov 1985 (20012); Stančev 1998.

[191] Com'è noto, le Meditationes Vitae Christi in 100 capitoli, attribuite a san Bonaventura di Bagnoregio (1221-1274), in effetti non sono opera sua. Dal 1480 in poi viene più volte stampata in lingua italiana una loro rielaborazione abbreviata, Meditationi divotissime di S. Bonaventura cardinale, sopra il misterio dell'humana Redenzione, cioè sopra la Passione, et Morte del nostro Sig. Gesù Christo (I ed. Mantova 1480), che nelle diverse edizioni varia tra 21 e 22 capitoli; la traduzione di P. Bogdan contiene 22 capitoli.

[192] La recensione di Levaković è conservata sul f. 3 del manoscritto del libro, l'attuale f. 144 del ms Borg. Illir. 23 della Biblioteca Apostolica Vaticana. In essa Levaković definisce la lingua della traduzione "Bulgara (quae est Dialectis Jlliricae".

[193] Secondo una lettera, ancora inedita, di P. Bogdan del 17.VIII.1653: Archivio Storico di Propaganda fide, SOCG vol. 220, f. 516 v.

[194] Dettagli in Jerkov 1989, cf. anche Stančev 1999: 289-291.

[195] Su Francesco Soimirovič si veda Stantchev 2008a.

[196] Si veda Stančev 2002.

[197] Pubblicate solo recentemente in Dokumenti: 25-29.

[198] A questo punto va notato che tutti i dati sulla popolazione di Čiprovci che abbiamo a disposizione testimoniano che durante il XVII sec. lì vi abitavano ca. 4000 persone, divise incirca a metà tra cattolici e ortodossi, ma tra le due comunità non c'era conflitto, addirittura la scuola fondata dal vescovo Marinov era aperta anche ai ragazzi di famiglie ortodosse.

[199] Ed. critica Jerkov 1984.

[200] Su questo poema, composto da 60 quaterni e una quinterna finale, v. Jerkov 1984 e Ivanova 1988.

[201] Una del 25 ottobre del vescovo Marinov, altra del 28.X. firmata dai francescani della Custodia, v. Fermendžin 1887: 45-46, nn. XLIV e XLV. Fermendžin data il documento n. XLIV (la lettera dei frati) il 20 ottobre, mentre nel testo si legge 28.

[202] Su questa iniziativa, che aveva un carattere piuttosto politico, v. Stanimirov 1988: 37-41; cf. anche Stančev 2008a: 602-604.

[203] Il breve porta la data del 13 febbraio 1637, ma si deve notare che nel documento è stato usato il computo detto 'fiorentino', secondo il quale l'anno inizia il 25 marzo (anno Incarnationis, come si legge anche nel nostro documento) e finisce il 24 marzo, perciò per chi conta dal 25 dicembre (oppure, successivamente, dal 1.I.) il 13.II appartiene già all'anno successivo. Visto che nel breve è indicato il XV anno del pontificato di Urbano VIII, che correva tra il 6.VIII.1637 e il 5.VIII.1638 e ricordandoci che il processo informativo si svolge il 16.XII.1637, dobbiamo precisare che la nomina vescovile di Petăr Bogdan risale al 13 febbraio 1638 (e non 1637 come viene di solito indicato).

[204] Meta finale del viaggio è la Valacchia, perché il papa aveva incaricato Levaković della missione suggerita da F. Markanić.

[205] Fermendžin 1887: 50-61 (n. XLIX: Statuta sive Constitutiones Custodiae Bulgariae).

[206] Fermendžin 1887: 68-95 ("La visita della Bulgaria" al 1640) e 95-106 ("Visita della Valacchia"), editi insieme sotto il n. LV.

[207] Ed. Vinulescu 1939: 100-126.

[208] Traduzione del Tesoro celeste della divozione di Maria Vergine Madre di Dio dell'agostiniano Andrea Gelsomini (1579-1629), pubblicato per la prima volta a Padova nel 1618 e dedicato alla Madonna di Loreto.

[209] In quei tempi l'antica Martianopolis o Marcianopolis (l'attuale citta bulgara di Devnja), denominata così dall'imperatore Traiano in onore di sua sorella Ulpia Marciana, veniva erroneamente identificata con la seconda capitale del Primo Impero Bulgaro, Preslav (distante ca. 65 km da Devnja in direzione occidentale).

[210] Secondo il verbale del processo istruttorio, Dujčev 1937: 91-97 (cit. p. 92).

[211] Il breve di Innocenzo X (1644-1655) per la nomina di M. Bandulović è del 23.XII.1644, ma già il 26.VIII.1643 Urbano VIII gli indirizzava una dispensa che gli permetteva di svolgere le sue funzioni – v. Dujčev 1939: 131-133.

[212] La biografia più completa di Parčevič rimane quella scritta da Julian Pejačevič (Pejacsevich 1880). Per un aggiornamento bibliografico si veda Nešev 1989: 352-358.

[213] Fermendžin 1887: 155-175, n. LXXXVII, erroneamente datata 7.II; Jačov 1992, I: 86-112, n. 65; Dokumenti: 44-75 (traduzione in bulgaro: pp. 75-107).

[214] Ed. Urechia 1895.

[215] Il verbale del processo istruttorio in Dujčev 1937: 98-102 (cot. p. 98), il breve di Innocenzo X, datato 15.VI.1647, in Dujčev 1939: 133-134.

[216] Vedi su questa missione Stanimirov: 1988: 68-73.

[217] Documenti del processo informativo: Dujčev 1937: 102-111.  

[218] Jačov 1992, II: 159-163 (n. 394). La scrittura è di Stanislavov. M. Jačov data il documento del 1660 ca., ma alcuni riscontri tematici con la relazione di P. Bogdan del 1649 fanno pensare che sia scritto nel 1649/50 e presentato a Roma durante la visita giubilare del 1650.

[219] Dujčev 1939: 136-137, datato 1650, però anche in questo caso, come già constatato riguardo alla nomina di P. Bogdan (v. nota 86), la datazione del documento è "anno Incarnationis Dominice 1650, tertio calendas martii, pontificatus nostri anno septimo" (Innocenzo X è papa dal 15.IX.1644), il che dovrebbe essere interpretato come 27 febbraio 1651 (computo 'fiorentino').

[220] Lettera di Parčevič del 20.XI.1650, Fermendžin 1887: 213, n. CXXI; cf. anche Stanimirov 1988: 88.

[221] Edizione più recente: Rajkov 1979; cf. Jerkov 1978b.

[222] Cf. verbale del processo informativo del 3.II.1651, Dujčev 1937: 128-131, cit. p. 128.

[223] Nella lettera del 15.I.1653 Soimirovič propone una soluzione che sarà adottata tre anni più tardi: attribuire a lui la diocesi di Ocrida, lasciando A. Bogdani in Serbia oppure affidandogli un'altra diocesi.

[224] Archivio storico di Propaganda fide, SOCG, vol. 220, ff. 569-570.

[225] Fermendžin (1892: 187-191, n. XV) lo fa datare 10.II.1655 e lo attribuisce a P. Bogdan; Jačov 1992, I: 565-569, n. 265, conserva la datazione 1655, però lo attribuisce a F. Soimirovič.

[226] Fermendžin 1892: 191-192 (senza numero proprio e data, lo tratta come parte del precedente n. XV); Jačov 1992, I: 569-571, n. 266, attribuzione e datazione come il precedente. Il lavoro diretto con i due documenti e il confronto paleografico e contenutistico con le lettere di Soimirovic del gennaio 1653 mi permettono di ipotizzare che con ogni probabilità anche le storie delle due diocesi siano scritte in quel tempo, cfr. Stančev 1998 e Stančev 2008a.

[227] Fermendžin 1887: 226-245, n. CXXXVI; Dimitrov 1985: 180-187 (solo la 'Storia di Sofia' con una trad. in bulgaro); miglior edizione: Jačov 1992, I: 418-442, n. 226, la parte storica – pp. 420-423.

[228] Jačov 1992, I: 485-493, n. 256. Prima della pubblicazione di questo testo alcuni autori attribuivano a P. Bogdan la storia di Ocrida scritta, come si è detto, da F. Soimirovič.

[229] Sull'argomento si veda Stančev 2008b.

[230] P. Bogdan nella sua Visita della Bulgaria al 1640, Fermendžin 1887: 69.

[231] Il principe Girolamo Colonna (1604-1666) dal 1627 è stato cardinale vescovo di Albano, dal 1643 arcivescovo di Bologna e dal 1661 cardinale vescovo di Frascati; il cardinale Colonna, che era protettore anche della Germania, è stato dichiarato protettore di Bulgaria il 10.VII.1656, v. Stanimirov 1988: 108 e le precisazioni nella nota 22 (p. 137).

[232] Cf. (con uso anche di alcune nuove fonti) Stanimirov 1988: 109-122 e la bibliografia ivi citata.

[233] Dokumenti: 113-129, trad. in bulgaro: 130-146.

[234] Dokumenti: 126. Dell'atto si veda anche Fermendžin 1887: 251-253, n. CXLVI.

[235] Stefan Kneževič, alias Ivan-Stefan, Joannes Stephanus a Comitibus, Giovanni Stefano Conti, nato a Čiprovci nel 1623 (ca.) in famiglia di nobili origini, morto a Sibiu (Hermannstadt) in Transilvania il 28.X.1691, ha studiato a Čiprovci e poi a Perugia, è stato guardiano del monastero francescano a Čiprovci, custode di Bulgaria (secondo alcune fonti dal 1665, ma il documento firmato da P. Bogdan lo indica come tale già nel 1658), vicario generale di P.Bogdan e suo erede indiretto (dal 1677). Cfr. Dujčev 1937: 56-70 e 151-156 (i documenti della nomina).

[236] Dokumenti: 108-110, trad. in bulgaro: 110-112.  

[237] La lettera, la risposta positiva della Congregazione e altre lettere sulla vicenda: Jačov 1992, II: 123-125 (n. 376).

[238] Jačov 1992, II: 360-382, n. 494; Dokumenti: 159-182, trad. bulgara 182-205.

[239] Il decreto è citato nella Cronaca di B. Kleiner, cfr. Madjar 1999: 17-18.

[240] Jačov 1992, II: 404-405, n. 502; sono interessantissime anche la relazione del cardinale Rospigliosi, basata sulla lettera di Soimirovič, e la posizione della Congregazione presa di conseguenza, ivi, pp. 405-407.

[241] Dokumenti: 355-366, trad. bulgara 366-379.

[242] Dokumenti: 211-250, trad. bulgara 250-292.

[243] Fermendžin 1887: 277; per la data del ritorno: Dokumenti: 293 (321). Vedi su questo viaggio anche Stanimirov 1988: 153-157.

[244] La copia si trova nel ms. Borg. lat. 485, ff. 207-210 della Biblioteca Apostolica Vaticana ed è stata pubblicata da J. Jerkov (1978) e B. Dimitrov (1979 e 1985: 115-123 con una traduzione in bulgaro). Le parti ritrovate testimoniano, comunque, che si trattava di una storia completa della Bulgaria che iniziava con le origini dei Bulgari e il loro arrivo nei Balcani, e non solo di una storia del cattolicesimo bulgaro, come si pensava in precedenza.

[245] Dokumenti: 292-321, trad. bulgara 321-353.

[246] Vlas (Blasius, Blasio, Biagio) Koičevič, francescano dell'Osservanza, era nato a Čiprovci probabilmente nel 1622 e aveva studiato teologia in Polonia (secondo l'elenco di F. Soimirovic del 1661, v.). Fu custode di Bulgaria e Valacchia e vicario generale di P. Bogdan. Cf. Dujčev 1939: 43-44.

[247] Il processo informativo si svolge a Venezia il 5 dicembre 1676, v. Dokumenti: 379-384, trad. in bulgaro 384-387.

[248] Il processo informativo si svolge il 1 marzo 1677, la consacrazione – il 5 aprile, v. Dujčev 1937: 151-156.

[249] Su Anton Stefanov, it. Antonio Stefani, v. Dujčev 1937: 67-70 e 157-161 (i documenti del processo informativo). Era nato a Čiprovci probabilmente nel 1645, morì a Vienna (secondo altre fonti a Venezia, dove si era recato da Vienna) tra il 1692 e il 1693.

[250] Dokumenti: 389-406, trad. in bulgaro 407-425. Sulla consacrazione di A. Stefanov cfr. anche la lettera di S. Kneževič del 1679, Fermendžin 1887: 294-295, n. CLXXXVII.

[251] Dokumenti: 445-473, trad. in bulgaro 473-503, cit. p. 446.

[252] Come scrive lo stesso A. Stefanov, egli partì da Čiprovci il 2 agosto 1677, appena avvisato della sua promozione, e "incominciò ad impratticarsi del tutto e con li proprij occhi a vedere quello, che non credeva, che prima haveva sentito con l'orechia", Dokumenti: 446.

[253] Fermendžin 1887: 298-301 (n. CXCI, secondo una copia incompleta); Dokumenti: 503-509, trad. in bulgaro 509-514.

[254] Relazione di A. Stefanov del 2 marzo 1687, Archivio storico di Propaganda fide, SOCG, vol. 497, f. 454-455, ed. solo in traduzione bulgara (Spisarevska 1988: 192-194) e qui ritradotto in italiano.

[255] Dokumenti: 436-438, trad. in bulgaro 438-439 (cit. p. 438).

[256] Si veda Spisarevska 1988: 120-121.

[257] La storia dell'insurrezione di Čiprovci rimane finora, e forse rimarrà per sempre tra realtà e leggenda: non a caso proprio così è intitolato il rispettivo capitolo nel volume della compianta collega e amica Joanna Spisarevska (1988: 130-143, L'insurrezione – leggende e realtà) sul quale mi baso qui.

[258] Spisarevska 1988: 198-200 (trad. in bulgaro), illistr. 39-42 (fac-simile); Dokumenti 426-428 e 428-430 (trad. bulgara ripresa da Spisarevska 1988).

[259] Lettera di S. Kneževič del 8 maggio 1689, Dokumenti: 440-441, trad. in bulgaro 442-443 (cit. p. 441).

[260] Dettagli e ampia bibliografia nel recentissimo libro di Ljubomir Georgiev (2010); cfr. anche il volume di Blagovest Njagulov (1999) sui bulgari del Banato nell'epoca moderna. È importante per il nostro tema anche la raccolta di documenti curata da I. D. Tot (2008). Rimangono sempre attuali i fondamentali studi di L. Miletič della fine dell'Ottocento raccolti ora nel volume Miletič 1987.

[261] Una ricchissima fonte per la ricostruzione di questa storia è la già citata terza parte dell'Achivium tripartitum del francescano Blasius Kleiner (Madjar 1999) che proprio per le vicende che vanno dal 1688 in poi (fino al 1773) è ben documentata e abbastanza credibile (il ché non si può dire per le sue ricostruzioni concernenti il periodo antecedente).

[262] Biografia e bibliografia nella voce Krăstjo [sic] Pejkič (autore K. Stančev) in Petkanova 1992 (20032).

[263] Biografia e bibliografia nella voce Jakov Nikolov Pejačevič (autore K. Stančev) in Petkanova 1992 (20032).

[264] Sui paulicianu bulgari esistono le seguenti ricerche e raccolte di documenti più importanti: Miletič 1903 e Miletič 1905; Stančev 1975; Jerkov 1985, 2006 e 2007; Walczak-Mikołajczakowa 2004; Spasov 2008. Serie di materiali tratti da manoscritti pauliciani andati successivamente distrutti pubblicò Vlas Čaplikov nell'annuario cattolico bulgaro Kalendar Sv. Kiril i Metodi (Sofija) per gli anni 1926-1929 e 1931-1935. Cf. anche la voce Katoličeska knižnina (autore K. Stančev) in Petkanova 1992 (20032).

[265] Sofijsko-Plovdivska eparchija con a capo un vescovo che è membro della Confe­rentia episcoporum Bulgariæ composta da tre vescovi: quello di Sofia-Plovdiv (rito romano, sede a Plovdiv), quello di Nikopol (rito romano, sede a Ruse) e l'esarca di Sofia (rito orientale).

[266] "Facta est Nex, captivitas et vastatio Ciprovatij" – Dokumenti: 526, lettera di Stefano da Lutbreg del 15.IV.1692.

[267] Dokumenti: 524. Di questo missionario francescano sappiamo solo quello che ci propongono i suoi tre scritti pervenutici – due lettere al protettore a Roma, del 9 marzo e del 15 aprile 1692, e una relazione del 1696, ed. Dokumenti: 515-541 – e i documenti in essi citati. Dalla lettera del 9.III.1692 apprendiamo che egli è giunto nella missione il 1° novembre 1680 "cum litteris patentibus Domini pie defuncti Archiepiscopi Soffiensis [sic]" (Dokumenti: 517), cioè da parte di Stefan Kneževič ("Joanne Stephano a Comitibus", ibidem) e che sta compiendo 45 anni (Dokumenti: 518), il che vuol dire che con ogni probabilità era nato nel 1647. La stessa lettera è firmata così: "frater Stephanus a Liudbregh, Ordinis Minorum Regularis Observantiae, Concionator et Lector, Provinciae Sancti Ladislai Reghis in Sclavonia Filius; missionarius Apostolicus in Chalacslija et Dughanlija. manu propria" (Dokumenti: 519). Non si capisce bene se fra Stefano fosse nativo della città croata di Ludbreg (nei documenti citati Liudbregh) in Slavonia, tra Varaždin e Koprivnica, o appartenesse alla confraternita del monastero francescano ivi collocato che faceva parte della Custodia (dal 1655) e poi Provincia (dal 1661) francescana di S. Ladislao (in ungherese László).

[268] Don Demetrio, ovvero Dimitar Mirković, era di Jagnevo, in Serbia, inviato dalla Congregazione di Propaganda fide come missionario nella zona di Plovdiv dal 1685 e trattenutosi lì almeno fino al 1696 – v. Dokumenti: 534 (la relazione di Stefano da Ludbreg dello stesso anno).

[269] La lettera di fra Marco è citata per intero da Stefano da Ludbreg nella sua lettera del 15 aprile 1692, Dokumenti: 526-527, trad. bulgara 532.

[270] Kalačlii, rinominato General Nikolaevo, e Baltadžii (Sekirovo) ora fanno parte della città Rakovski, ca. 30 km а nord-est di Plovdiv. Doganlii, oggi Duvanlii, Seldžikovo (Kalojanovo) e Chambarlii (Žitnica) sono tre villaggi vicinissimi tra di loro, collocati a nord di Plovdiv in direzione di Chisarja. Davudževo è l'attuale frazione Miromir della città di Chisarja, ca. 50 km a nord di Plovdiv.

[271] Dokumenti: 533-537, trad. in bulgaro 537-541 (cit. p. 534).

[272] Che Stefano da Ludbreg non si considerasse l'ultimo tra i missionari cattolici in Bulgaria lo dimostra un passo della sua lettera del 9.III.1692, dove leggiamo: "Dominus Archiepiscopus Soffiensis [Kneževič] pie defunctus nunquam servivit in Sacra Missione, neque fuerat tanta scientia praeditus, condecoratus est sede Episcopali; Dominus frater Antonius Stephani, sine nullo merito, consecratus est Episcopus Nicopolitanus et absque causa Legatum Principis Vallachiae gerens, Viennae residet, in carpento vehitur, sine cura et sollicitudine vitam beatam ducit" (Dokumenti: 518).

[273] Su P. Jošić si veda Miletič 1903: 66-68 e 147. Secondo Miletič, P. Jošić fu promosso arcivescovo di Sofia-Plovdiv nel 1707, mentre secondo altre fonti la sua nomina risalirebbe all'anno 1699 (cf. http://bg.wikipedia.org/wiki/Католически_софийско-пловдивски_епископ, consultato il 25. 09. 2010). Non vi è unanimità anche sulla data della sua morte: Miletič (p. 147) riporta il 6.VII.1719 (che sembra comunemente accettata oggi), mentre alcune altre pubblicazioni indicano il 28.X.1717. Stando alla tradizione locale, P. Jošić avrebbe trovato ospitalità a Davudževo dove sarebbe anche sepolto. Le incertezze riguardo alla sua biografia si devono al fatto che da questo periodo ci sono pervenuti pochissimi documenti.

[274] Lettera di M. Andriasci del 18.V.1714, Jerkov 2006: 99-103, n. 1.

[275] P. Jošić avra avuto le sue buone ragioni di radiare M. Andriaši lontano da Plovdiv dove, stando ad alcune testimonianze postume, l'arcivescovo "con tanta prudenza governò quella chiesa, ed in tanta buon'armonia seppe diportarsi coi Greci, che quando passava per la Piazza tutt'i Greci si alzavano in piedi, e li facevano mille riverenze" (Jerkov 2006: 199), mentre Andriaši, quando succedette a Jošić, riuscì presto ad irritare il clero greco-ortodosso di Plovdiv che ottene dal potere il suo arresto e l'espulsione della missione (cf. Jerkov 2006: 197-198; v. anche qui più avanti).

[276] Il padre Filippo che nei tempi di Andriaši aveva tra 80 e 90 anni, sarebbe lo stesso francescano fra Filippo di Gorno Lažene menzionato nelle relazioni di F. Soimirovič del 1666 (Dokumenti: 363), di A. Stefanov del 1680 ("Padre Philippo di Luxani Superiori con la facultà del Padre Custode di Bulgaria, allora Vicario Sardicense" citato all'interno di un gruppo di "sacerdoti, tanto dalli preti, quanto delli frati" la cui "qualità […] e poco profittevole in questi paesi", Dokumenti: 446-447) e di Stefano da Ludbreg del 1696 (proprio come sacerdote a Belene, Dokumenti: 535).

[277] La doppia titolatura è ripetuta anche nella firma: "Io Marco Andriasci Vescovo di Nicopoli et Arcivescovo eletto di Sofia", p. 139. Evidentemente nel 1721 Andriasci era già nominato arcivescovo di Sofia, ma ancora non era insediato; nello stesso tempo continuava a svolgere le sue funzioni di vescovo di Nikopol.

[278] Nella ricostruzione degli avvenimenti tra 1715 e 1725 mi baso sullo studio di Miletič 1903: 146-148.

[279] Dalle Memorie di Kalaclia di fra Edoardo da Torino (per lui v. più avanti) citate da Miletič 1903: 149, nota 1. Il manoscritto delle Memorie, posseduto da Miletič, oggi risulta disperso.

[280] Scrive lo stesso Dobromirov: "La Sacra Congregazione di Propaganda fede [sic] per socorrere […] alli spirituali bisogni di tutti li cattolici di detta Diocese di Sofia, rimasta a fato priva d'ogni sacerdote cattolico latino, s'è compiaciuta di premonire me predetto Dobromir de le nesessar[i]e facoltà Apostoliche, solite a concedersi dalla sacra [sic] Sede ali Vescovi in partibus infidelium e speditomi da Roma in Bulgaria per missionario Apostolico pro interim in tutta la Diocese di Sofia" – annotazione autografa di Dobromirov nel Libro della muissione di Sofia. Registro de battesimi dal anno 1703 al 1767, già nelle mani di Miletič, oggi forse distrutto, v. Miletič 1903: 150 (l'intero testo è riportato nella nota 1).

[281] È conservata una (verosimilmente l'unica) relazione di Bošković del 1737 dove egli si presenta come "Missionario e Vicario Generale dell'Illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Andriasci attuale Ordinario" – Jerkov 2006: 157-165 (cit. p. 157). Lo stesso Andriaši, qunado ha saputo della tragica fine di Bošković, ha scritto: "Ho perso un nipote, che era l'unica mia speranza e consolazione in questo mondo, sopra di cui avevo io appoggiato la cura della mia diocesi, dal medesimo molto bene amministrata" – Miletič 1903: 156, nota 2.

[282] Sulla base delle fonti pervenuteci la vicenda è descritta nei dettagli da L. Miletič (1903: 153-156).

[283] Miletič 1903: 157, nota 1, dove è riprodotto il racconto dello stesso N. Radovani.

[284] Relazione del vescovo Stanislavič del 1738, pubblicata recentemente: Jerkov 2006: 139-157, cit. p. 139. In alcuni elenchi dei vescovi di Nikopol, stesi ai giorni nostri, viene indicato come anno della nomina vescovile di Stanislavič il 1728.

[285] Jerkov 2006: 140, la relazione di Stanislavič del 1738.

[286] Sono conservate e recentemente sono state pubblicate (Jerkov 2007) anche le relazioni delle sue visite della diocesi fatte negli anni 1754, 1756, 1759, 1762 e 1765 nelle quali il tema principale rimane lo stesso: le superstizioni dei pauliciani e la lotta per sradicarle.

[287] Cf. la voce Pavel Gajdadžijski Duvanlijata (autore K. Stančev) in Petkanova 1992 (20032).

[288] In alcune recenti pubblicazioni, soprattuto su Internet, si trova che sia nato a Plovdiv, ma la famiglia fosse di Duvanlii. Non vengono citati, però, documenti al riguardo.

[289] Cf. l'omonima voce (autore K. Stančev) in Petkanova 1992 (20032).

[290] Il ben noto rigorismo dei liguoristi raccolse più dissensi che consensi tra i cattolici della regione di Plovdiv e la missione fu richiamata.

[291] Su Andrea Canova v. lo studio e i documenti (139) pubblicati da A. Tarnovaliski (1968).

[292] Croja, oggi Kruje, in Albania, all'inizio del XV secolo fu la fortezza del principe Giovanni Castriota, il padre di Giorgio Castriota Scanderbeg; cadde nelle mani dei turchi nel 1478.

[293] Su di lui si veda Stančev 1995.

[294] Si vedano i titoli completi e altri dati editoriali in Stančev 1995: 174.

[295] È la dedica di fra Samuele contenuta nel titolo del volume stampato a Prato.